[65] Dal Manzoni fu poi fatta decorare con alcuni ornati di terra cotta, di gusto Bramantesco, e rimase talmente contento del lavoro, che sotto una fotografia della facciata, che donò all'artista, scrisse di sua mano: Al Sig. Andrea De Boni, a cui è dovuta la felice invenzione di questo ornato, il proprietario Alessandro Manzoni.

[66] De Gubernatis A., Alessandro Manzoni, studio biografico, Firenze, Successori Le Monnier, 1879; pp. 220-222, 225 e 228.

[67] Cestaro F. P., La storia nei «Promessi Sposi»; in Studi storici e letterari, Torino, Roux, 1894; p. 289

[68] Albertazzi A., Del Romanzo, Milano, Vallardi, 1904; p. 196.

[69] In uno de' presenti Brani, in quello in cui il Manzoni discute intorno all'amore ne' romanzi con un essere immaginario, pone in bocca a costui: «Questa vostra storia non ricorda nulla di quello che gl'infelici giovani hanno sentito, non descrive i principj, li aumenti, le comunicazioni del loro affetto, insomma non li dimostra innamorati». S'affretta però a rispondergli: «ribocca invece di queste cose, e deggio confessare che sono anzi la parte più elaborata dell'opera: ma nel trascrivere, e nel rifare, io salto tutti i passi di questo genere». Osserva il prof. Rodolfo Renier [I Promessi Sposi in formazione; nel Fanfulla della Domenica, ann. XXVII, n. 5, 20 gennaio 1905]: «ciò non risponde al vero, se pure non si tratti di abbozzi parziali, anteriori alla prima minuta, dei quali ignoro l'esistenza». Di questi abbozzi non ce n'è neppur uno tra le sue carte, e certo non ce ne furon mai. È una finzione bella e buona.

[70] Si legge a pag. 27 del vol. I, libro 1º, capo 1º, e forma, in parte, la nota seconda, che finisce a pag. 29.

[71] Cfr. quanto scrivo a pp. 536-543 del presente volume.

[72] Il prof. Raffaello Masi, che conobbe il Manzoni negli ultimi anni, afferma che «cominciò a scrivere i Promessi Sposi in dialetto», ma «il Fauriel ne lo distolse». Cfr. Capitelli G., Excelsior, prose, Lanciano, Carabba, 1893; p. 167. Il Fauriel, come vedremo, venne a trovare il Manzoni quando il lavoro era già innanzi, e nel loro carteggio non se ne ha traccia. Nessuno poi della famiglia e nessuno de' più intimi accennò mai alla cosa.

[73] Per moltissimi anni la casa del Manzoni fu piena de' vecchi frontespizi e delle vecchie copertine, come ebbe a dirmi la mia buona e compianta cugina Vittoria Manzoni ne' Giorgini, figlia del Poeta, che, sebbene bambina, (era nata il 17 settembre del '22), ne ricevette una tale impressione, da non scordarla mai più.

[74] Al Manzoni, mentre stava tratteggiando la figura di don Abbondio, venivano di continuo sulla punta della penna delle trovate piene di umorismo, ma si riteneva dal metterle in carta, pensando che, in fin de' conti, dipingeva un sacerdote, e che per conseguenza ci voleva misura. Lo confidò al suo intimo amico don Paolo Pecchio, curato di Brusuglio, che lo raccontò a me ne' tanti colloqui manzoniani avuti insieme ne' miei soggiorni a Brusuglio. E anzi soggiunse, che una volta al Manzoni, nel tornargliene a parlare, scappò di bocca: «Se nel Seicento fosse usato il matrimonio civile e avessi potuto metter sulla scena un Sindaco, quante gliene avrei fatte fare e quante gliene avrei fatte dire!»