[75] Da una lettera scritta da Ermes Visconti, il 3 aprile del 1822, a Gaetano Cattaneo, che allora, per caso, si trovava a Venezia, si raccolgono alcune notizie intorno a questi lavori. «Manzoni ha già da un pezzo finito l'Adelchi, con due cori: presto il manoscritto sarà presentato alla Censura, ma il copista gli fa perdere di molto tempo. Staremo a sentire il giudizio che ne porterà il gran traduttore» [Goethe]. «Non vi manca altro se non che Walter Scott gli traduca il romanzo di Fermo e Lucia, quando l'avrà fatto. Ci ho proprio gusto che l'onore di una tal traduzione sia toccato al maggiore de' poeti viventi, e non a quello che comunemente è stimato il maggiore. Intanto il Manzoni ha quasi terminato gli studi per la tragedia di Spartaco, anzi ha già abbozzato il disegno degli atti. Ti aspetta con impazienza: il maestro antiquario gli deve anche questa volta servire di Pegaso. Insomma ha bisogno d'informarsi da te su molti dettagli relativi ai Traci, ai gladiatori, ai bastimenti degli antichi, e va pigliala. Proprio vero: la poesia romantica è fatta a posta per dispensare la gente dallo studio».

[76] Il Fauriel arrivò a Milano ai primi di novembre del 1823 e si trattenne col Manzoni tutto l'inverno; nell'aprile del '24 fece una gita a Venezia, nel maggio una corsa a Trieste, nel giugno tornò a convivere col Manzoni, e rimase a Brusuglio fino agli ultimi di novembre. Passato che ebbe a Firenze l'inverno, nell'aprile del '25 eccolo di nuovo ospite dell'amico, che lasciò soltanto al principio d'ottobre, Cfr. D'Ancona A., Spigolature nell'Archivio della Polizia Austriaca di Milano, nella Nuova Antologia, serie IV, vol. LXXIX, fascicolo del 16 gennaio 1899, pp. 194-195.

[77] Lo Spencer Kennard [Romanzi e romanzieri italiani, Firenze, Barbèra, 1904; I, 39] nota che il Manzoni «si serve di questo personaggio come di un istrumento necessario allo svolgimento del romanzo; ma lo abbandona non appena gli ha fatto rappresentare la sua parte, non appena Lucia è uscita dal monastero per andare inconscia verso il tranello che dovrebbe essere la sua rovina. Da quel momento Gertrude sparisce dal romanzo e la sua sorte resta per il lettore oscura e misteriosa come le mura del suo convento». Il critico americano evidentemente ignora che il Manzoni accorciò quell'episodio. Al taglio fatto dall'A. accenna il Tommaseo in una delle sue lettere al Vieusseux, senza data, ma forse del luglio del '26: «Si dice che un bell'episodio di delitto di certa monaca illustre egli l'abbia lasciato, per consiglio d'alcuno tra gli amici suoi». Ne tocca anche nella infelice rassegna che de' Promessi Sposi fece nella vecchia Antologia: «il carattere della Signora sarebbe più individuale e più vivo, se l'A., come la pubblica voce afferma, non avesse per eccesso di delicatezza troncata la parte dei suoi traviamenti». In quello stesso giornale anche Giuseppe Montani ricordò l'episodio della Signora, «troncato chi crede per ragioni d'arte, chi per altre». Scrive il Renier [I Promessi Sposi in formazione. I. La Signora; nel Fanfulla della Domenica, ann. XXVII, n. 3, 15 gennaio 1905]: «L'episodio, di cui il Manzoni s'era invaghito, aveva già troppo il carattere di un romanzo nel romanzo; e perciò l'amico Fauriel consigliava di sopprimerlo. A questo partito radicale l'A. non seppe decidersi; ma ne eliminò una parte, ne eliminò anche troppa parte. Perchè? Possibile che il romanziere non siasi avveduto essere quelle due scene, rappresentate con plasticità geniale, più utili all'azione principale che quella lunga preparazione remota, per cui Gertrude divenne monaca contro voglia e spergiura e complice d'omicidio? Se si doveva adoperare il ferro chirurgico sulla carne viva del magnifico episodio, perchè rispettare tanto ciò che era più lontano dalla storia dei due sposi, il lento ed inevitabile pervertimento, mentre spietatamente si recidevano le circostanze essenziali del primo delitto e gli stimoli irresistibili al secondo? Bisogna pur pensare che gli scrupoli religiosi di monsig. Tosi avessero qualche presa sull'animo del Manzoni. È vero che nella prima stesura aveva messo le mani avanti dicendo: Il Ripamonti racconta di questa infelice cose più forti di quelle che sieno nella nostra storia; e noi ci serviamo anzi delle notizie che egli ci ha lasciate, per render più compiuta la storia particolare della Signora. Queste cose però, quantunque rese più che probabili da una tale testimonianza, e quantunque essenziali al filo del nostro racconto, noi le avremmo taciute; avremmo anche soppresso tutto e il racconto, se non avessimo potuto anche raccontare in Progresso un tale mutamento d'animo nella Signora, che non solo tempera e raddolcisce l'impressione sinistra che deggiono fare i primi fatti della Signora, ma deve creare una impressione d'opposto genere e consolante». Cfr. le pp. 32-34 dei presenti Brani. Il Renier prosegue: «Questa giustificazione etica, ricercata nella esemplarità finale di quell'intermezzo storico, indusse forse la coscienza del Manzoni a non sopprimere di sana pianta quei due capitoli, che tanto gli piacevano; ma rimaneva pur sempre il pericolo di eccitare soverchiamente, con rappresentazioni vivaci, il raccapriccio dei lettori per scene pur troppo seguite in un luogo sacro, tra quelle che avrebbero dovuto essere le spose del Signore. Chi sappia ciò che il Manzoni pensava a questo proposito, troverà per avventura in questo timore la ragione sufficiente della mutilazione. I successivi portamenti della Signora non avevano relazione diretta con la favola principale del romanzo, e furono eliminati; le due scene, di cui non si poteva far senza, furono ridotte con tanta arte, che la fantasia dei lettori potesse colmare la loro misteriosa indeterminatezza. Così si tacitavano gli scrupoli e si ubbidiva anche un poco alle esigenze dell'economia del libro, alle quali per altro don Alessandro non era disposto a sacrificare troppo le sue personali inclinazioni e i suoi gusti. Si tenga presente che, malgrado tutti i consigli ed i consiglieri, il vero ed assoluto arbitro nell'opera propria rimase pur sempre lui».

Che gli «scrupoli religiosi» del Vescovo di Pavia avessero «qualche presa» sul Manzoni, e che lo trattenesse il timore «di eccitare soverchiamente, con rappresentazioni vivaci, il raccapriccio de' lettori» per delitti commessi tra le mura d'un monastero e da persone che si erano consacrate a Dio, come inclina a ritenere il Renier, è da escludere allatto. Uno de' più intimi amici del Manzoni, il compianto don Paolo Pecchio, curato di Brusuglio, un giorno interrogato da me sulle ragioni che spinsero il Poeta ad accorciare l'episodio della Signora, sopprimendone l'ultimo capitolo; il Pecchio, che conosceva quel capitolo, avendoglielo dato a leggere lo stesso Manzoni, ebbe a dichiararmi nel modo più reciso, che le ragioni furono unicamente estetiche e per nulla religiose. Anzi mi soggiunse: Questo non è un apprezzamento mio; me lo dichiarò di sua bocca don Alessandro.

Perchè mai il Manzoni nell'adoperare, come dice il Renier, il ferro chirurgico sulla carne viva dell'episodio, rispettò tanto «ciò che era più lontano dalla storia dei due sposi, il lento e inevitabile pervertimento», e invece recise «le circostanze essenziali del primo delitto e gli stimoli irresistibili al secondo?» A me la ragione par chiara. Il Manzoni con lo scrivere i Promessi Sposi si è proposto di dipingere con fedeltà storica la Lombardia nel secolo XVII. De' delitti nel romanzo ce n'eran già parecchi, e il racconto d'un omicidio di più niente aggiungeva al quadro. Non poteva togliere neppure una virgola dalle numerose pagine della monacazione, essendo necessario, nel dipingere i costumi d'allora, tener conto delle arti malvagia messe in opera dalle famiglie per seppellire le proprie figliole ne' chiostri. Dato il tradimento che la Signora doveva commettere a danno di Lucia, affidata a lei e sotto la sua protezione, bisognava far conoscere come e perchè si era pervertita. Insomma, di ciò che aveva scritto, tutto era necessario, anzi indispensabile, all'infuori de' delitti. Fu lì che menò le forbici.

[78] Anche dopo pubblicato il romanzo, il Manzoni dette a leggere ad alcuni de' suoi più intimi questo capitolo soppresso; uno anzi di essi, col consenso suo, lo trascrisse. Fu l'ab. Giuseppe Bottelli di Arona, che tradusse in latino con molta eleganza i Sepolcri del Foscolo e le due Epistole del Pindemonte e del Torti. Quando morì il 19 luglio del 1841, il Manzoni, il Grossi e il Torti, tutti e tre insieme, gli composero l'iscrizione, dal dott. Luigi, suo fratello, murata sulla sepoltura. Della cordiale amicizia che ebbe per lui il Foscolo, stanno lì a renderne testimonianze le tre affettuosissime lettere che gli scrisse Ugo e sono a stampa nell'Epistolario [I, 102, 106 e 110]. Il Cantù [Reminiscenze; II, 43] ricorda «un viaggio in Svizzera per monte Cenere», che diede alla luce. Così ne parla lo Stampa [Op. cit.; I, 231]: «Conobbi l'ab. Bottelli, persona molto colta, celebre latinista, simpatica, bella testa, di alta persona, bravissimo giocator di tarocchi, al quale però teneva fronte onorevolmente il Manzoni, che si lamentava solo, (ben inteso, così per ischerzo) che il Bottelli giocasse con troppo sprezzante noncuranza, come se non trovasse avversari degni di tenergli testa». Serbò sempre come un gioiello il capitolo della Signora, e lo mostrava agli amici, rilevandone la singolare bellezza. Dopo la sua morte, passò nelle mani del fratello, insieme con la ricca e scelta libreria, che poi donò, ma solo in parte, al Comune di Arona: il meglio, col carteggio e i manoscritti, l'ebbe don Carlo Trivi; non però il capitolo manzoniano, andato soggetto a curiose vicende. Di bocca in bocca la voce dell'esistenza di questo manoscritto arrivò agli orecchi di monsig. Ferdinando Minucci, arcivescovo di Firenze, e si accese in lui così vivo il desiderio di leggerlo, che lo fece chiedere in prestito al Bottelli, senza, peraltro, poterlo avere. Il rifiuto non lo sgomentò per nulla, e il 21 marzo del '43 scrisse di punto in bianco al Manzoni: «Di soverchia arditezza comparirò a V. S. «Ill.ᵐᵃ reo, osando, siccome sono, affatto a Lei sconosciuto, dirigerle questa mia lettera. Non ho potuto però a meno di rivolgermi a Lei dopo che il sig. Luigi Bottelli di Arona, pregato da un mio rispettabile amico, perchè si compiacesse favorirmi una copia del manoscritto da esso posseduto di alcuni brani che V. S. Ill.ᵐᵃ credè eliminare nella pubblicazione del suo non mai abbastanza lodato romanzo I Promessi Sposi, ha risposto, che abuserebbe della confidenza dell'autore acconsentendo all'inchiesta, da esso avendone positivo divieto. Ecco, rispettabilissimo sig. cavaliere, il motivo dell'incomodo che oso recarle, nella dolce lusinga che a me, non ultimo fra i tanti estimatori delle squisite sue produzioni, si compiacerà consentire acciò dal sig. Bottelli possa io ricevere la dimandata copia, ovvero favorirmela di per sè con un tratto più lusinghiero dell'esimia sua gentilezza, promettendo fin d'ora e strettamente obbligandomi di non comunicarla ad alcuno, se così le piace d'impormi». Il Manzoni ricevette questa lettera del Minucci insieme con una di Paolo Rambaldi, sua vecchia conoscenza, che era allora Rettore del Seminario Fiorentino, con la quale lo scongiurava ad appagare «il desiderio grandissimo» dell'Arcivescovo. Il Manzoni, il 5 d'aprile, pregò il Bottelli «di voler soddisfare il desiderio del buon prelato, il quale, del resto, e come accade spesso, sarà gastigato coll'ottenere il suo intento». Finiva con dirgli: «quando codesta copia, che, come credo e spero, è unica, gli sarà ritornata, io riguarderei come un vero favore, o se volesse mandarla a me, o, che è tutt'uno, farmi sapere d'averla distrutta». Il Bottelli, invece d'inviarla al Minucci, la spedì al Manzoni; e fu lui che la mandò all'Arcivescovo di Firenze, col mezzo del Rambaldi, al quale l'accompagnò con questa lettera, scritta da Milano il 19 d'aprile: «Veneratissimo sig. Rettore. Eccole il manoscritto, che la prego di rimettere a Monsignore, il quale quando gli avrà fatto l'onore non meritato di leggerlo, voglia compiacersi, con tutto il suo comodo, di ritornarlo a me, giacchè chi lo possedeva m'ha fatto il piacere di cedermelo. Non voglio lasciarmi sfuggire questa nuova, e sempre per me fortunata occasione di presentare, per di Lei mezzo, a Monsignore i più umili e devoti ossequi. E Lei abbia la bontà, dal tetto in giù, e la carità, dal tetto in su, di rammentarsi qualche volta di chi, con affettuoso rispetto, ha l'onore di dirsi suo umil.ᵐᵒ aff.ᵐᵒ servitore Alessandro Manzoni».

Il Minucci, letta che l'ebbe, restituì la copia al Manzoni; ma l'impressione di quella lettura fu in lui viva e profonda, nè gli si cancellò mai più dalla mente, tanto rimase colpito dalla bellezza di quelle pagine; come ebbe a confidarmi Cesare Guasti, uno degli intimi suoi. Il Manzoni si lusingava che quella copia fosse «unica» e non lo era. L'ab. Giuseppe Bottelli l'aveva data a leggere e lasciata trascrivere a fr. Giulio Arrigoni di Bergamo, valentissimo predicatore, che il Grossi presentò al Manzoni con un biglietto, dove era scritto: «è uno dei molti che desiderano di conoscerti, ma uno dei pochi che lo meritino». L'Arrigoni, che fu poi professore dell'Università di Pisa e arcivescovo di Lucca, negli ultimi anni della vita, una sera, volle farmi una gradita sorpresa e mi lesse quel capitolo; me lo lesse, come sapeva legger lui, nel porgere e nel modulare la voce, inarrivabile addirittura. Non rifiniva di dirmi: che peccato che il Manzoni l'abbia tolto dal romanzo!

[79] Luigi Zerbi, La Signora di Monza nella storia, notizie e documenti; nell'Archivio storico lombardo, ann. XVII [1890], fasc. III, pp. 675-753.

[80] Ragionamenti sulla storia lombarda del secolo XVII per commento ai Promessi Sposi del Manzoni; nell'Indicatore, di Milano, tom. XI, fasc. 31 [aprile 1832], pp. 63-98; fasc. 33 [giugno 1832], pp. 328-383; tom. XII, fascicolo 34 [luglio 1832], pp. 91-141, e fasc. 36 [settembre 1832], pp. 297-312. Ne venne fatta una tiratura a parte, col titolo: Sulla storia lombarda del secolo XVII, ragionamenti di Cesare Cantù per commento ai Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, Milano, presso l'editore dell'Indicatore, presso la Ditta Antonio Fortunato Stella e figli, [coi tipi di Luigi Nervetti], M.DCCC.XXXII; in-8. di pp. viii-200.

[81] Iosephi Ripamonti, canonici scalensis, chronistae urbis Mediolani, Historiae patriae decadis V libri VI, Mediolani, ex Regio Palatio apud Jo. Baptistam et Julium Caesarem Malatestam Regios Typographos, senza anno; pp. 358-377.