[82] I Promessi Sposi, cap. IX.

[83] A[mbrosoli F.], La Signora di Monza; in L'Eco, di Milano, ann. VIII, n. 5, 12 gennaio 1835.

[84] Custodi P., Nuove illustrazioni sulla Signora di Monza, [lettera] Al Sig. Gioacchino Crivelli archivista dell'Ecc.ᵐᵃ Casa Borromeo Arese; in L'Eco, ann. VIII, n. 115, 19 ottobre 1835

[85] Cantù Cesare, Maria Virginia de Leiva o la Signora di Monza; in Vite e ritratti delle donne celebri d'ogni paese, opera della Duchessa d'Abrantès, continuata per cura di letterati italiani, Milano, presso Antonio Fortunato Stella e figli, 1837; vol. III, pp. 9-24, col ritratto della Signora, litografato da P. Bertolotti, su disegno di M. S. V. tolto «dal quadro posseduto dal sig. dott. Angelo Appiani custode dell'I. R. Palazzo di Monza». Intorno a questo preteso ritratto cfr. Mezzotti F., Effigie della Signora di Monza ravveduta, scopertasi presso una ragguardevole famiglia di Monza; in L'Eco, ann. VIII, n. 38, 30 marzo 1835; e anche: Appiani Angelo, Rinvenimento dell'effigie della Signora di Monza, nella Gazzetta privilegiata di Milano, n. 112, 2 aprile 1835.

[86] Cfr. La Signora di Monza; in Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù, Terza edizione, Milano, Gaetano Brigola e comp., senza anno; vol. III, pp. 601-617.

[87] Il Leopardi, il 17 giugno del 1828, scriveva al padre: «Qui si pubblicherà fra non molto una specie di continuazione di quel romanzo» [I Promessi Sposi], «la quale passa tutta per le mie mani. Sarà una cosa che varrà poco; e mi dispiace il dirlo, perchè l'autore è mio amico, e ha voluto confidare a me solo questo secreto, e mi costringe a riveder la sua opera, pagina per pagina, ma io non so che ci fare». Monaldo gli rispondeva: «Perchè mai questo amico vostro s'impegna a continuare il romanzo di Manzoni? Quell'opera deve essere imitata quanto si può, ma nessuno speri di eguagliarla: ed essa resterà sempre somma ed inarrivabile nella sua classe. Il mettersi dunque tanto scopertamente in linea con esso, è voler sentire dichiarata da tutto il mondo la propria inferiorità». Si tratta appunto del prof. Giovanni Rosini e della sua Monaca di Monza. Pure, al primo apparire, verso la fine di marzo del 1829, levò rumore: basti dire che Giuseppe Montani nell'Antologia [tom. XXXIV, n. 100, aprile 1829, pp. 75-113] trovava il carattere della Gertrude del Rosini «migliore di quello dell'episodio manzoniano». Il Rosini, prima che la sua Monaca «uscisse de' chiostri della stamperia, ne mostrava a Giampietro Vieusseux certe bellezze a parte a parte, scoprendo con gusto le cose proibite, mezzo velate»; e incontrato che essa ebbe spaccio e fortuna, tanto se ne inorgoglì, da credere e ripetere: «Il Manzoni non mi sa perdonare che la mia Monaca abbia sotterrati i suoi Sposi». Cfr. Tommaseo N., Di Giampietro Vieusseux e dell'andamento della civiltà italiana in un quarto di secolo, memorie, Firenze, 1863; p. 119.

[88] Mezzotti dott. F., Il Pozzo della Spagnuola, avventura monzese; in L'Eco, di Milano, ann. VIII, n. 25, 27 febbraio 1835, n. 26, 2 marzo 1835, e n. 38, 30 marzo 1835.

[89] La Signora di Monza e le Streghe del Tirolo, processi famosi del secolo decimosettimo, per la prima volta cavati dalle filze originali, per cura del C. T. Dandolo, cavaliere dell'Ordine pontificio di S. Gregario Magno, dell'Ordine sardo de' Santi Maurizio e Lazzaro, dottore in Legge e socio di molte Accademie, Milano, Tipografia e Libreria Arcivescovile Ditta Boniardi-Pogliani di Ermenegildo Besozzi, 1855; in-8. La parte riguardante la Signora di Monza occupa le pp. 9-179. È adorna del fac-simile della scrittura di lei e del suo preteso ritratto. Ne fu fatta una «seconda edizione» economica a Milano, per Gaetano Schiepatti [tip. Fratelli Borroni, 1864; in-16]. Vi mancano però le «sentenze ed allegati;» in tutto venti documenti.

[90] Questa pubblicazione tornò sgradita anche al canonico Aristide Sala, archivista arcivescovile, che il 23 luglio del 1855 così ne scriveva al conte Tullio Dandolo: «Ho veduto per pochi istanti la sua pubblicazione del Processo della Signora di Monza sul tavolo di un amico. Il primo periodo della prefazione mi ha vivamente ferito. Come può Ella buttarmi in faccia che questi importanti fascicoli si lasciavano dimenticati polverosi in tarlato scaffale, ove è da credere continuerebbero a dormirvi sonni indisturbati, se una volontà generosa e fidente, ecc. mentre Ella li ha veduti portar le traccie d'essere stati più volte accuratamente rappezzati, ricuciti, ordinati, numerizzati, rubricati e quindi anche letti e studiati; e sa benissimo come per consegnarli a Lei furono levati da una secreta custodia, munita di apposita chiave, praticata in uno scaffale di recente costruzione? E là senza dubbio avrebbero quei fascicoli continuato a rimanere in geloso riserbo; ma non già perchè gli impiegati di questa Curia Arcivescovile sieno tali, quali Ella sembra voglia far credere, da non conoscere la preziosità degli oggetti che posseggono, nè di saper usare dei farmachi eroici, di cui tengono sepolto il tesoro, sibbene perchè nessuno era, nessuno è, nella persuasione che si potesse o convenisse pubblicare quel processo; e per soprappiù quella stessa volontà generosa e fidente, di cui la S. V. fa menzione, aveva dato al sottoscritto fin da quando fu nominato Archivista le più precise e severe prescrizioni allo scopo che nessuno il leggesse od il vedesse, non solo, ma nè tampoco trapelasse il posto ov'era conservato. Come poi questa volontà generosa e fidente, sì severa su di un tal punto con tutti gli altri, per Lei sia stata all'opposto facile tanto e indulgente da comandare che le fosse consegnato per dieci giorni, anzi da permettergliene perfino la pubblicazione, io non debbo investigarlo, ma, comunque sia, ciò non vale a distruggere la realtà delle cose suesposte. Qual sorta poi d'importanza, qual senso Ella pretenda attribuire all'aver io fatto legare in un volume il processo in discorso innanzi di eseguire l'ordine che m'imponeva di consegnarglielo, confesso di non saperlo capire; poichè però vedo che Ella ha voluto nella sua Prefazione accennare anche a questa inezia, io debbo ritenere che la V. S. non l'abbia fatto oziosamente. Giovami quindi di richiamare la cosa alla perfetta sua semplicità. Finchè il processo della Signora di Monza doveva restare nascosto a tutti, si poteva aspettare il compimento dell'intrapreso generale riordinamento e classificazione degli atti d'Archivio, per farlo poi mettere in assetto col rimanente; venuta invece l'occasione di doverlo affidare ad una terza persona e lasciarlo sortire dall'Archivio, diventava indispensabile farlo legare in volume ad ovviare la troppo facile lacerazione di quei logori fogli e la dispersione degli autografi e pezze volanti che vi erano incluse. Del resto, appunto perchè Ella aveva dovuto accorgersi che insistendo per avere il processo e per essere abilitato a stamparlo aveva fatto cosa spiacevole a molti, di ben diverso parere del suo, si sarebbe sperato ch'Ella, riuscito essendo nell'intento, avesse almeno la delicatezza di schivare tutte quelle espressioni che potevano offendere coloro che lo vedevano a proprio malcosto venuto in luce».

Ebbe questa risposta dal Dandolo: «Pregiato mio Signore, Veramente la sua lettera d'oggi stesso (della quale Le piacque farmi firmare dall'usciere latore la ricevuta, quasichè non avesse a parermi soverchio d'averla ricevuta senza l'aggiunta della controsegnata dichiarazione) si assume darmi più di una lezione di delicatezza: dubito forte s'Ella avesse titolo di infliggermele; certo io l'ho di risponderle e di ricambiargliele. Ella mi riprende d'aver parlato di tarlato scaffale e di fascicoli polverosi, mentre, valga il vero, lo scaffale era nuovo e i fascicoli vestivano camicia recente: quando io scrissi così, mi fu sventura porre la mente piuttosto al passato di quell'Archivio che al presente; nè mi diedi cura in affare sì da poco di attenermi scrupolosamente alla verità, dal momento che l'Archivio non doveva essere nominato e il pubblico era destinato a rimanersi all'oscuro dell'archivista a cui quelle malaugurate parole sarebbon parute riferirsi: è da credere che mi seducesse l'effetto pittorico della frase; ed Ella deve abituarsi così ad essere indulgente in fatto di frasi ai letterati, ove si tratti d'inezie, come a ricordarsi manco di sè quando altri per una perdonabile sbadataggine mostrò di non ricordarsene. Ella, che ad ogni mia parola attribuisce una gravità, a cui son ben lontano dall'aspirare, non sa bene a qual fine io accennassi l'avvenuta compenetrazione de' fascicoli in volume, e s'inquieta a investigarlo, quasi anche in ciò si celi insidia ed offesa; mi è caro tranquillarla su questo particolare: accennai del volume per poter dire delle pagine e citarle numerizzate. Se una volontà, ripeterò, generosa e fidente posemi in grado di leggere, studiare, trasuntare e pubblicare il processo della Signora di Monza, tal volontà giace troppo al di sopra della di Lei disapprovazione, perchè io non abbia a starmene contento della fiducia dimostratami e tranquillo dell'uso che ne feci, nonostante le riprensioni di cui Ella mi fa segno; mostrando con questo di non essersi formati retti giudizj di ciò che siamo ambidue. Ella è per certo uno zelante archivista; ma spingere lo zelo, o dirò meglio l'amore dei proprj modi di giudicare, sino alla incriminazione sottintesa del suo Superiore, che mi diè quelle carte, ed esplicita di me, che ne usai, questo, con sua buona pace, è togliersi troppo alla modestia delle attribuzioni che le competono. Quanto a me, sono scrittore abbastanza noto e da molto tempo per la sua devozione alle idee cattoliche, alla cui difesa elettivamente e coraggiosamente mi consacrai; reputai opportuno circoscrivere, precisare un fatto famoso, cui l'indefinito aveva fin qui indefinitamente ampliato; e lo corredai di commenti che ne avessero a mitigare e, se mi riusciva, a distruggere i mal influssi che già esercitò a notizia di tutti. Quest'aperta e non impugnabile intenzione mia avrebbe dovuto procacciarmi da un degno ecclesiastico, qual Ella è, benevolenza e non antipatia. Le lezioni, in generale, son buone a riceversi dagli anziani, dagli autorizzati a darle. Assai più giovane di me e senza titolo a costituirmisi ammonitore e riprensore, la prego di credere che non mi tengo così basso nella mia propria opinione e nella altrui da far buon viso ad un foglio del tenore del suo».