Una petulanza così sguaiata mosse a sdegno quella stessa volontà generosa e fidente che aveva, contro il parere del Sala, accordato al Dandolo il permesso di pubblicare il processo, vale a dire il Provicario Caccia, che, presa la penna, scrisse a difesa del malmenato archivista: «Il Dandolo alla lettera del sig. Sala ha dato un senso che non è il suo ed ha trasportato la questione in un campo ben diverso da quello in cui doveva di propria natura restringersi. La lettera del Sala aveva tutte le formalità d'una lettera d'ufficio e quindi anche quella della ricevuta sul libro di consegna. Il Sala non aveva scritto quella lettera senza aver prima consultato il Provicario, non l'aveva spedita senza prima avergliela letta; tolta quindi ogni intenzione di incriminare il Superiore. Il Sala non parla nemmeno del libro del Dandolo, parla solo della prefazione; tolta quindi anche l'intenzione di riprendere l'autore dell'uso che gli era stato concesso di fare del manoscritto in discorso. Se il Sala accenna che nessuno è nella Curia persuaso che quel libro si potesse o convenisse pubblicarlo, lo fa solo per dare il motivo della dimenticanza in cui parve al Dandolo che fosse tenuto quel processo. Se confessa d'essere stato di diverso parere del Dandolo e del Superiore, lo fa perchè avendo d'altronde piegato alla espressa volontà del Superiore medesimo, trovava in ciò di avere un titolo di più ai riguardi del Dandolo. Del resto, della concessione Superiore il Sala protesta nella di lui lettera che non deve investigarne le ragioni. Il Sala si era prefisso unicamente di far capire al sig. Dandolo che la superiore concessione gli dava bensì il diritto di usare del manoscritto per il bene, non quello di intaccare l'onore dell'Ufficio dal quale fu per lui levato. Il Dandolo più che all'infelice passata condizione dell'Archivio Arcivescovile poteva più facilmente e poteva più volentieri por mente al bell'ordine che di presente vi s'introduce. Appunto perchè agli occhi del Dandolo il Sala non ha altro merito in fuori di quello di essere uno zelante archivista, perchè togliergli anche questo poco merito con una men vera allusione? Quando si han da dire parole che ponno dispiacere, non è buona scusa la bellezza della frase o la poca riflessione. Un buon cattolico non scrive lettere così umilianti ad un sacerdote, come il Dandolo ha fatto. Il Sala ha usato del proprio diritto; assalito, si è difeso; e chi scrive parole che toccano una terza persona si mette nella posizione di dover permettere che vi si risponda. Il Dandolo è tanto più ingiusto col Sala, in quanto il Sala quando, pregato dal Dandolo stesso, espose al Superiore il proprio sentimento circa la chiesta pubblicazione del Processo, parlò del Dandolo con profusione di stima per le sue buone intenzioni e per le sue cattoliche idee».
Di tutte queste lettere, che sono inedite, se ne trovano le copie tra le carte del Manzoni, il quale tenne dietro alla controversia con vivo interesse.
[91] Virginie de Leyva ou intérieur d'un convent de femmes en Italie au commencement du dix-septième siècle d'après les documents originaux, par Philarète Chasles, professeur au Collége de France, Conservateur à la Bibliothèque Mazarine. Seconde édition, ornée du portrait authentique de Virginie de Leyva, d'après Daniel Crespi, Paris, Poulet-Malassis, libraire-éditeur; 1862; in-12. di pp. xii-204.
[92] La Signora di Monza (Sœur Virginie-Marie de Leyva) et son procès, 1595-1609, par A. Renzi, membre et administrateur de l'Institut historique de France, etc. Paris, E. Dentu, éditeur-libraire de la Societé des gens de lettres, 1862; in-8. di pp. viii-192, colla «Effig. della Penit. Ravved. Suor Virginia Maria Leyva» dipinta da Daniele Crespi.
[93] A. Verona, Virginia de Leyva (la Monaca di Monza) e i conventi in Italia nel secolo XVII, annotazioni storico-critiche, a proposito dell'opera: «Virginia de Leyva ossia l'interno di un monastero in Italia sul principio del secolo XVII, dai documenti originali, per Filarete Chasles»; nella Rivista contemporanea, di Torino, ann. IX, vol. XXVI, fasc. 95, ottobre 1861; pp. 124-129.
[94] La Perseveranza, di Milano, n.º 28, 8 aprile 1875.
[95] Quando il Cantù scrisse il commento al Romanzo frequentava la casa del Manzoni; e che egli, come afferma lo Stampa [I, 65], «abbia tolto dalle confidenziali conversazioni tenute col Manzoni la sostanza del commento non solo, ma le indicazioni per le necessarie ricerche onde compirlo, è una verità». Nella prima edizione, riguardo alla Signora, altro non fece che tradurre il passo del Ripamonti in cui si raccontano i casi di lei; riprodusse il passo anche nelle successive edizioni, ma notando: «tanto e nulla più sapeva di quella infelice Alessandro Manzoni allorquando la scelse per uno de' suoi personaggi... Il suo seduttore Manzoni lo chiamò Egidio, e non seppe di che famiglia, come non entrò nel suo disegno di mostrarne la fine. Però nel Frisi.... leggevasi abbastanza per poter discoprire il vero essere di quel tristo». L'opera del Frisi, del resto, era ignota anche allo stesso Cantù quando scrisse e stampò per la prima volta il commento, nel quale nulla sa dire di Egidio e della sua famiglia.
[96] Ecco quanto scrive: «Terminò il ramo Osio monzese in Gio. Paolo e Teodoro, fratelli, il primo de' quali avendo commesso un delitto con suor Virginia Leva, monaca del monastero di S. Margherita in Monza, circa il 1600, soggiacque alla confisca de' suoi beni, e per ordine del Senato di Milano venne demolita nel 1608 la di lui casa, situata sulla piazza del detto monastero, coll'essersi eretta nell'arca di detta casa una colonna colla statua della Giustizia in memoria del fatto». Cfr. Frisi Anton-Francesco, Memorie storiche di Monza e sua corte raccolte ed esaminate, Milano, nella Stamperia di Gaetano Motta, 1794; vol. II, p. 224.
[97] Camerini E., Prefazione alla prima edizione postuma de' Promessi Sposi fatta a Milano da Edoardo Sonzogno nel 1873.
[98] Cantù C., Alessandro Manzoni, reminiscenze; I, 160.