[139] Aveva scritto, ma cancellò: «Il primo pensiero di Donna Prassede dopo questa disgrazia fu di congedar Prospero, e tutta l'altra gente di Don Ferrante, ma nè Prospero, nè gli altri gliene diedero il tempo, perchè egli il primo e tosto gli altri in fila s'infermarono, e furono». Segue, pur cancellato: «Donna Prassede, combattuta tra il timore di tenersi un appestato in casa e il timore di attirarvi i monatti, non risolse nulla, ma stette in una stanza remota, aspettando che». (Ed.)

[140] Prima scrisse: «quando si sentisse appressare un carro del lazzeretto». (Ed.)

[141] Segue, cancellato: «Quando Lucia nella sua angoscia aveva fatto quel voto, non credeva (e, se mal non mi ricordo, abbiam fatta questa riflessione a suo tempo) che». (Ed.)

[142] È il principio del capitolo VIII del tomo IV. (Ed.)

[143] Il Manzoni sopra mandava ha scritto pioveva. (Ed.)

[144] Qui finisce il capitola VIII e incomincia quello IX. (Ed.)

[145] Sarà curioso e utile il vedere di quali e quante correzioni e pentimenti l'A. tempestò questo primo periodo e quello seguente. Scrivo in corsivo e metto tra parentesi quadre le parole cancellate: «[Quel ramo del lago di Como [che] donde esce l'Adda

[146] Nella Guida di Lecco, sue valli e suoi laghi, compilata da Giuseppe Fumagalli, con topografia descrittiva del romanzo «I Promessi Sposi», e scritti vari di Antonio Ghislanzoni, del dott. Giovanni Pozzi e di altri autori, Lecco, Vincenzo Andreotti detto Busall, editore [Milano, Stab. G. Civelli, 1882]; in-16º, con una carta topografica, si afferma che i panorami del territorio di Lecco non si possono ritrarre per virtù di parole e che il Manzoni non riuscì in questa descrizione, e non ottenne l'intento neanche con l'addio, il quale ci commuove fortemente sol perchè in esso «sta la sintesi di tutti quei dolori che lo determinarono» [p. 50]. B. Zumbini [I Promessi Sposi e il Lago di Lecco; in Studi di letteratura italiana, Firenze, Successori Le Monnier, 1892, pp. 280-281] fa notare «a codesti egregi autori» che, «trattandosi di cose del Manzoni, era meglio se ne ragionasse con minor disinvoltura», poi soggiunge: «mi pare evidente che il Manzoni abbia adoperata la descrizione non già per far visibili alla mente le cose, quali sono nella loro realtà, ma piuttosto per derivarne nuovo pregio a quella rappresentazione di fatti umani, ch'era il suo più alto intento. E ciò fece con quella profonda consapevolezza di fini e di mezzi, di cui diede chiare prove in ogni altro suo lavoro, e con quel raziocinio che in lui non fu meno meraviglioso delle facoltà poetiche. E veramente, da ogni particolare di quella descrizione e da tutto ciò che seguita nel romanzo, s'intende com'egli volesse destare in noi l'immagine di un dolce e riposato ostello, i cui abitatori sarebbero stati felicissimi, se non li avesse contristati la violenza de' signorotti paesani e degli Spagnuoli». (Ed.)

[147] Cfr. Sforza Gio., Saggio di una edizione critica dei Promessi Sposi, Bologna, tipografia Zamorani e Albertazzi, MDCCC XCVIII; in-fol.

[148] Racconta lo Stampa [Alessandro Manzoni, la sua famiglia, i suoi amici; II, 175]: «Il Manzoni non diede ad altri da ricopiare il suo romanzo, e udii raccontare da lui stesso che finito il romanzo ed avendo sul tavolo il mucchio di carte che lo componeva, invitato dal Grossi a darlo allo stampatore, gli rispose:—Oh giusto! ora bisogna copiarlo per porlo in netto, perchè lo stampatore possa raccapezzarsi.—Ebbene, fallo copiare, disse il Grossi.—Oh giusto! bisogna che lo copi io stesso, per fare in pari tempo quelle correzioni che saranno del caso.—Come! esclamò il Grossi, vuoi fare la fatica bestiale di copiare tutto quel mucchio di carta? Ma sei pazzo!—Che vuoi che ti dica? Non posso fare a meno. Bisogna che faccia alla mia maniera.—Ed ebbe la pazienza di copiare lui stesso tutto il manoscritto dei Promessi Sposi, e mi pareva che nel raccontare tal cosa ne provasse una certa soddisfazione». Lo Stampa nell'affermar questo è stato tradito dalla memoria. Il Manzoni, condotta a fine la prima minuta, non poteva darla a copiare ad altri, perchè non si trattava di una trascrizione, bensì di un rifacimento, che bisognava scrivesse da per sè; come infatti fece. Della copia per la Censura, che è d'altra mano, ed è la trascrizione della seconda minuta, resta soltanto il primo volume; gli altri due sono andati perduti. Dunque il consiglio del Grossi, se pur lo dette, fu accolto e seguìto. Questa copia ha molte correzioni autografe del Manzoni, che a volte rifà di suo pugno anche de' lunghi brani, o in margine, o incollando sul manoscritto qualche brandello di carta. Nel presente saggio, che ne do, stampo in carattere corsivo le correzioni di mano di lui. (Ed.)