Il Padre Galdino era un uomo di molta autorità fra i suoi e in tutto il contorno; eppure fra Canziano non fece nessuna osservazione a questa specie di ordine che gli si mandava da una donnicciuola di venire da lei; la commissione non gli parve strana niente più che se gli si fosse commesso di avvertire il Padre Galdino che il Vicario di Provvisione e i Sessanta del Consiglio generale della Città di Milano lo richiedevano per mandarlo ambasciatore a Don Filippo Quarto, Re di Castiglia, di Leone, etc. Non vi era nulla di troppo basso, nè di troppo elevato per un cappuccino: servire talvolta gl'infimi, ed esser serviti dai potenti; entrare nei palazzi e nei tugurii colla stessa aria mista di umiltà e di padronanza; essere nella stessa casa un soggetto di passatempo, e un personaggio senza il quale non si decideva nulla; cercare la limosina da per tutto, e farla a tutti quelli che la chiedevano al convento; a tutto era avvezzo un cappuccino, e faceva tutto a un dipresso colla stessa naturalezza, e non si stupiva di nulla. Uscendo dal suo convento per qualche affare, non era impossibile che prima di tornarsene si abbattesse, o in un principe che gli baciasse umilmente la punta del cordone, o in una mano di ragazzacci che, fingendo di essere alle mani fra di loro, gli bruttassero la barba di fango. La parola frate in quei tempi era proferita colla più gran venerazione e col più profondo disprezzo; era un elogio e un'ingiuria: i cappuccini forse più di tutti gli altri riunivano questi due estremi, perchè senza ricchezze, facendo più aperta professione di umiliazioni, si esponevano più facilmente al vilipendio, e alla venerazione che possono venire da questa condotta. La considerazione poi data generalmente al loro Ordine li poneva nel caso sovente di giovare e di nuocere ai privati, di essere grandi ajuti e grandi ostacoli, e da quindi anche la varietà del sentimento che si aveva per essi, e delle opinioni sul conto loro. Varii pure e moltiformi erano e dovevano essere i motivi che conducevano gli uomini ad arruolarsi in un esercito così fatto. Uomini compresi della eccellenza di quello stato, che allora era esaltata universalmente; altri per acquistare una considerazione alla quale non sarebbero mai giunti vivendo, come allora si viveva, nel secolo; altri per fuggire una persecuzione, per cavarsi da un impiccio; altri dopo una grande sventura, disgustati del mondo; talvolta principi, o fastiditi o atterriti del loro potere; molti perchè di quelli che entrano in una carriera per la sola ragione che la vedono aperta; molti per un sentimento vero di amor di Dio e degli uomini, per l'intenzione di essere virtuosi ed utili; e questa loro intenzione (perchè quando si è persuasi d'una verità bisogna dirla; l'adulazione ad una opinione predominante ha tutti i caratteri indegni di quella che si usa verso i potenti), questa loro intenzione non era una pia illusione, l'errore d'un buon cuore e d'una mente leggiera, come potrebbe parere, e come pare talvolta a chi non sa, o non considera le circostanze e l'idee di quei tempi: era una intenzione ragionata, formata da una osservazione delle cose reali; e in fatti con queste intenzioni molti, abbracciando quello stato, facevano del bene tutta la loro vita; anzi molti, che sarebbero stati uomini pericolosi, che avrebbero accresciuti i mali della società, diventavano utili con quell'abito indosso. Ho fatta tutta questa tiritera, perchè nessuno trovi inverisimile che fra Canziano, senza fare alcuna obbiezione, senza stupirsi, si sia incaricato di dire nullameno che al Padre Guardiano che s'incomodasse a portarsi da una donnicciuola, che aveva bisogno di parlargli».
Il mutamento del nome seguì, come s'è detto, nel capitolo IV, che prima intitolò: Il Padre Galdino, e poi: Il Padre Cristoforo; e seguì dopo che n'ebbe scritte alcune pagine. Son queste: «Era un bel mattino di novembre; la luce era diffusa sui monti e sul lago: le più alte cime erano dorate dal sole non ancora comparso sull'orizzonte, ma che stava per ispuntare dietro a quella montagna, che dalla sua forma è chiamata il Resegone (Segone), quando il Padre Galdino, a cui fra Canziano aveva esposta fedelmente l'ambasciata, si avviò dal suo convento per salire alla casetta di Lucia. Il cielo era sereno e un venticello d'autunno staccando le foglie inaridite del gelso le portava qua e là. Dal viottolo guardando sopra le picciole siepi e sui muricciuoli si vedevano splendere le viti per le foglie colorate di diversi rossi, e i campi, già seminati e lavorati di fresco, spiccavano dall'altro terreno come lunghi strati di drappi oscuri stesi sul suolo. L'aspetto della terra era lieto, ma gli uomini che si vedevano pei campi o sulla via mostravano nel volto l'abbattimento e la cura. Ad ogni tratto s'incontravano sulla via mendichi laceri e macilenti, invecchiati nel mestiere, ma fra i quali molti si conoscevano per forestieri, che la fame aveva cacciati da luoghi più miserabili, dove la carità consueta non aveva mezzi per nutrirli; e che passando a canto ai pitocchi indigeni del cantone gli guardavano con diffidenza e ne erano guardati in cagnesco come usurpatori. Di tempo in tempo si vedevano alcuni, i quali dal volto, dal modo e dall'abito mostravano di non aver mai tesa la mano e di essere ora indotti a farlo dalla necessità. Passavano cheti a canto al Padre Galdino, facendogli umilmente di cappello, senza dirgli nulla, perchè la sola parola che indirizzavano ai passeggieri era per chiedere l'elemosina, e un cappuccino, come ognun sa, non aveva niente. Ma il buon Padre Galdino si volgeva a quelli che apparivano più estenuati, più avviliti, e diceva loro in aria di compassione:—Andate al convento, fratello; finchè ci sarà un tozzo per noi, lo divideremo.—I contadini, sparsi pei campi, non rallegravano più la scena di quello che facessero i poverelli. Salutavano essi umilmente il Padre Galdino, e quelli a cui egli domandava come l'andasse:—Come vuole, padre? rispondevano: la va malissimo.—Alcuni, che in tempi ordinarj non avrebbero osato fermare e interrogare il Padre Guardiano, fatti più animosi per la miseria dei tempi, gli dicevano:—Come anderà questa faccenda, Padre Galdino?
«—Sperate in Dio, che non vi abbandonerà. Povera gente! Il raccolto è proprio andato male?
«—Grano non ne abbiamo per due mesi, le castagne sono fallate, e il lavoro cessa da tutte le bande.
«Questa vista e questi discorsi crescevano vie più la mestizia del buon cappuccino, il quale camminava già col tristo presentimento in cuore di andare ad udire una qualche sventura.
«Ma perchè pigliava egli tanto a cuore gli affari di Lucia? E perchè al primo avviso si era egli mosso come ad una chiamata del Padre Provinciale? E chi era questo Padre Cristoforo?»
Ecco la prima volta che dà al frate il nuovo nome. Ne fa questa pittura: «Il Padre Cristoforo da Cremona era un uomo di circa sessanta anni» (poi corresse: più presso ai sessanta che ai cinquant'anni): «e il suo aspetto come i suoi modi annunziavano un antico e continuo combattimento tra una natura prosperosa, robesta, un'indole ardente, avventata, impetuosa e una legge imposta alla natura e all'indole da una volontà efficace e costante. Il suo capo, calvo e coperto all'intorno, secondo il rito cappuccinesco, di una corona di capelli, che l'età aveva renduti bianchi, si alzava di tempo in tempo per un movimento di spiriti inquieti e tosto si abbassava per riflessioni di umiltà. La barba, lunga e canuta, che gli copriva il mento e parte delle guance, faceva ancor più risaltare le forme rilevate, alle quali una antica abitudine di astinenza aveva dato più di gravità che tolto di espressione, e due occhj vivi, pronti, che di tratto in tratto sfolgoravano con vivacità repentina: come due cavalli bizzarri condotti a mano da un cocchiere col quale sanno per costume che non si può vincerla, pure fanno di tratto in tratto qualche salto, che termina subito con una buona stirata di briglie.
«Il signor Ludovico (così fu nominato dal suo padrino quegli che facendosi poi frate prese il nome di Cristoforo), il signor Ludovico era figlio d'un ricco mercante cremonese, il quale negli ultimi anni suoi, vedovo e con questo unico figlio, rinunziò al commercio, comperò beni stabili, si pose a vivere da signore, cercò di far dimenticare che era stato mercante, e avrebbe voluto dimenticarlo egli stesso. Ma il fondaco, le balle, il bracciò gli tornavano sempre alla fantasia, come l'ombra di Banco a Macbeth».
Per quali ragioni l'Autore prima lo chiamò Galdino e poi Cristoforo? Damiamo Muoni [L'antico Stato di Romano di Lombardia ed altri Comuni del suo Mandamento, cenni storici, documenti e regesti, Milano, Brigola, 1871; pp. 243-244] rinvenne negli Archivi di Finanza di Milano «un documento del massimo interesse», che «potrebbesi denominare: Incarico impartito il 21 ottobre 1646 dal Rev. P. Cristoforo da Como, Guardiano di Manza, a frate Lorenzo da Novara, Ministro Provinciale, per verificare quali furono i PP. Cappuccini, che si distinsero in caritatevoli servigi, massime all'epoca della peste del 1630». Il P. Felice da Mezzana, cappuccino, [Cenni sul Padre Cristoforo del Manzoni, Crema, tip. S. Pantaleone di L. Meleri, 1899; p. 12] osserva giustamente che è un titolo «dato con inesattezza, perchè da esso titolo risulta il guaio che un inferiore (Guardiano) darebbe ordini ad un superiore (Provinciale)». Propone dunque che invece s'intitoli: Processo autentico, istituito per commissione Generalizia, sui Cappuccini assistenti al lazzeretto e sul servizio ivi prestato nella pestilenza del 1630, compilato l'anno 1646. Da questo Processo risulta che il P. Vittore, uno de' superstiti, dichiarò che tra i cappuccini che prestarono l'opera loro nel lazzeretto di Milano vi fu anche il «Padre Fra Cristoforo Picenardi da Cremona, sacerdote, che morì nel mese di giugno dei suddetto anno 1630 di peste, stimata da lui catarro, ma dagli altri tutti giudicata vera peste, havendo servito con molto fervore di carità et esempii religiosi a' poveri appestati». Fra Bonifacio, laico, altro dei superstiti, depose che il «Padre Fra Cristoforo servì e morì di peste al lazzeretto»; e il P. Felice Casati, terzo e ultimo dei superstiti, ripetè che il «Padre Fra Cristoforo servì nel lazzeretto e vi lasciò la vita». La scoperta fece chiasso, e il «documento» fu mostrato al Manzoni, il quale corse nella sua libreria e tornò con le Memorie delle cose notabili successe in Milano intorno al mal contaggioso l'anno 1630, ec. raccolte da Don Pio La Croce, in Milano, nelle Stampe di Giuseppe Maganza, 1730; in-4º. Son le memorie stesse che cita nel cap. XXXII de' Promessi Sposi, dicendole tratte «evidentemente da scritto inedito d'autore vissuto al tempo della pestilenza; se pure non è una semplice edizione, piuttosto che una nuova compilazione». Tornò dunque con queste Memorie e lesse al suo visitatore quello che vi sta scritto a pag. 12. «Nelli stessi giorni» (così il La Croce) «il P. Cristoforo da Cremona, sacerdote, molto avanti già eletto a quel servizio, tolti gli ostacoli che in allora gliel'avevano impedito, alla fine entrò nel desiderato arringo: e ben si può dire desiderato, perchè più volte fu udito dire:—Io ardo di desiderio di andare a morire per Gesù Cristo, ed ora mi pare mill'anni.—Desiderio che ebbe poi felicissimo l'effetto corrispondente, a' 10 pure di giugno, morendo di peste per il servizio di quei poveri, nella persona de' quali serviva il suo diletto Gesù». Cfr. Stoppani A. I primi anni di Alessandro Manzoni, spigolature, Milano, Bernardoni, 1874; pp, 135-138.
Il Muoni tira la conseguenza che, «giusta siffatto documento, il P. Cristoforo anzichè essere al mondo un Ludovico, nato da un semplice mercante di provincia, apparterrebbe in quella vece all'antica e patrizia famiglia dei Picenardi di Cremona». Il «documento» invece prova soltanto che il P. Cristoforo, morto di peste al lazzeretto, apparteneva alla famiglia Picenardi di Cremona. Ora, siccome a Cremona delle famiglie Picenardi ce n'erano parecchie, alcune patrizie, altre no, resta a vedersi da quale di esse sia uscito. Della «nobilissima famiglia dei Picenardi» già l'aveva detto il P. Massimo Bertani da Valenza [Annali Cappuccini, part. III, vol III, n.º 30]; ma ottantaquattro anni dopo la morte del P. Cristoforo e senza darne nessuna prova. Ai giorni nostri se n'è fatto caldo sostenitore Don Luigi Lucchini, che più volte è sceso in campo. Cfr. Fra Cristoforo dei Promessi Sposi, personaggio storico cremonese, illustrazione documentata, scene della braveria cremonese, Bozzolo, tip. Arini, 1902, in-8.º—Commentario dei Promessi Sposi, ovvero la rivelazione di tutti i personaggi anonimi, Bozzolo, tip. Commerciale, 1902, in-8.º—Lo stesso, Seconda edizione, riccamente illustrata da medaglioni, Lecco, tip. arciv. del Resegone, 1904, in-8.º Le sue conclusioni son queste. Trova ne' libri de' battezzati di Cremona un Lodovico, figlio di Giuseppe Picenardi e di Susanna Cellana, nato il 5 decembre 1568, non però appartenente ai «rami più cospicui del casato», ma alle «altre famiglie dei Picenardi, ricche di censo, senza però un cenno di nobiltà»; e trova che questo Lodovico era uno spadaccino e un attaccabrighe, in discordia con la prepotente e sanguinaria famiglia cremonese degli Ariberti. Esclama: questo è il Picenardi che si fece cappuccino, e tutto quello che scrive il Manzoni del P. Cristoforo è la biografia di lui, «non un parto inverosimile, creato dalla fantasia del romanziere». Il P. Felice da Mezzana [Op. cit.; pp. 7-8] gli risponde: «che ci sia stato un Lodovico nella nobile famiglia Picenardi poco importa, e il Lucchini avrebbe dovuto fare a meno della fede di nascita; si dovrebbe mostrare: 1.º che questi si fece cappuccino; 2.º qual fu la causa che diede l'ultimo colpo alla sua vocazione». Il Lucchini non riesce a dimostrare nè una cosa, nè l'altra; e «dopo d'aver avuta la bella ventura di poter assodare, con documenti e prove abbastanza copiose, la vita drammatica di Lodovico Picenardi, è abbandonato dalla capricciosa fortuna nel momento più bello, quando trattavasi di trovare, stabilire, assodare storicamente l'ultimo atto, o lo scioglimento del dramma».