Pio La Croce nelle sue Memorie, oltre il P. Cristoforo da Cremona e tanti e tanti altri cappuccini che prestarono l'opera loro generosa durante l'infierire della peste, rammenta anche un P. Galdino della Brusada, non già laico, ma sacerdote, che «con purità particolare» servì egli pure gli appestati. Il Manzoni dette dunque questo nome di Galdino al tipo ideale di cappuccino che andava immaginando; nome già portato da un arcivescovo di Milano, che fu cardinale e santo, e talmente caritatevole da restare in proverbio il pane di S. Galdino. Ma poi trovando nelle stesse Memorie rammentato un P. Cristoforo da Cremona, morto nel lazzeretto assistendo gli appestati; appunto per aver egli fatto olocausto della vita in quel tremendo luogo di dolore, fu in lui e col suo nome che idealizzò il proprio eroe della carità cristiana. E a fra Canziano dette il nome di Galdino; il «nome soltanto, si badi»; e ripensando al proverbio milanese el pan de San Galdin, «di qui dovè forse venire al romanziere l'idea di metter quel nome ad un frate cercatore; da lui destinato a rappresentare uno degli aspetti della vita conventuale», come nota col suo solito acume il D'Ovidio [Fra Galdino; in Le correzioni ai Promessi Sposi e la questione della lingua, Napoli, Morano, 1893; pp. 259-260], Racconta lo Stampa [Op. cit.; II, 149]: «Un giorno che il Manzoni sorrideva delle sciocche accuse di bigottismo che gli erano affibbiate... venne fuori a dire:—Non hanno capito che ho messo a posta nel romanzo quel personaggio di fra Galdino per porre in ridicolo per l'appunto i pregiudizi bigotti?—». Il Manzoni, discorrendo col Bonghi, ebbe a dire: «M'hanno chi lodato, chi rimproverato d'aver voluto rimettere in onore i Cappuccini. Non ci ho neppure pensato. Gli ho messi così nei mio romanzo, perchè mi son parsi una forza viva e attiva in quei tempi. Ora, non gli credo più utili alla religione». Cfr. D'Ovidio F., I pensieri inediti del Bonghi; in Simpatie, Palermo, Sandron, 1903, p. 79.

Oltre il D'Ovidio, si occuparono di fra Galdino, Luigi Ercolani, Fra Galdino a Francesco D'Ovidio, Reggio, tip. Lipari, 1879; in-8º; Alberino Bondi, Fra Galdino, nella Psiche, di Palermo, ann. XVI, n.º 21, 1º novembre 1899; e Francesco Lo Parco, Due frati nei «Promessi Sposi», Ariano, Stab. tipografico Appulo-Irpino, 1901; in-8.º Di fra Galdino tratta a pp. 5-17 e 44-46; l'altro frate è il P. Cristoforo.

Luigi Sailer [Il P. Cristoforo nel Romanzo e nella Storia; in Discussioni manzoniane, Città di Castello, Lapi, 1886, pp, 147-196] trova «parecchi riscontri curiosi» tra Alfonso III d'Este che, rinunziata la corona ducale di Modena, si fece cappuccino, e il frate manzoniano. Niccolò Rodolico [L'abdicazione di Alfonso III d'Este, Acireale, tip. dell'Etna, 1901, pp. 87-92] non crede «esatto storicamente il continuo trascendere, che il Sailer nota, delle virtù effettive ed eroiche del Principe, in eccessi viziosi di cui appariscono tutti i germi nel P, Cristoforo del Manzoni». Per il Rodolico «la splendida figura del P. Cristoforo non ha, per la sua verosimiglianza, bisogno di riprove istoriche in episodii della vita del Duca cappuccino. Essa vive nell'anima buona eterna dell'Umanità, che ama il P. Cristoforo, poichè corrisponde a ciò che è in essa di veramente buono, di quel Buono che talvolta, come scintilla del fuoco divino, sprizza di luce nelle azioni umane dei padri Cristofori della Storia». Rodolfo Renier [Un riscontro al serio accidente per cui indossò la tonaca P. Cristoforo; in Giornale storico della letteratura italiana, XXXVIII, 247-250] nega che il Manzoni «abbia in modo alcuno esemplato il Duca cappuccino. Troppe e troppo palesi sono le diversità. Ma se il Manzoni conobbe la storia di Alfonso (e chi sappia quanto accurata sia stata sempre la sua preparazione storica non dubiterà che l'abbia conosciuta), è probabile, anzi quasi certo, che da essa tolse più d'una ispirazione per delineare, in conformità allo spirito del tempo, la figura di Lodovico-Cristoforo». In un brano della prima minuta, che ho riportato qui sopra, il Manzoni annovera tra quelli che si fecero cappuccini «talvolta Principi, o fastiditi, o atterriti del loro potere». È un accenno ad Alfonso III, la cui vita ritengo abbia appresa dal Muratori, non già nelle biografie che ne scrissero il P. Giovanni da Sestola, il P. Giuseppe Maria Mozzarella e il P. Gaspero De Rougnes.

Giovanni Livi [Il duello del Padre Cristoforo in relazione a documenti del tempo; nella Nuova Antologia, fascicolo del 16 giugno 1899] rintracciò una grida de' Rettori di Brescia del 5 maggio 1589, con la quale, «considerando con quanta facilità il più delle volte, per causa della sola precedentia della strada, succedono homicidii de importantia», si ordina, sotto gravi pene, «che nell'avenire... incontrandosi gentilhomini o altre persone che pretendino la superiorità della strada, sempre quello che caminarà dalla banda del muro con la mano destra verso a esso muro non sia, nè possa essere sforciato a partirsi da suo luogo, nel qual modo l'uno et l'altro haverà la banda destra». Il Manzoni anche nell'episodio del duello di Lodovico dipinge i tempi con tale verità, che se ne ha la piena conferma ne' documenti. Questo prova la grida, e niente altro; ma che la grida fosse conosciuta da lui, che gliela potessero avere inviata o Camillo Ugoni, o il Mompiani, o Giambattista Pagani, come vuole il Livi, è un correr troppo. A buon conto, quando il Manzoni scriveva il romanzo, il Mompiani era sotto processo; l'Ugoni in esilio; il Pagani non si occupò mai di ricerche erudite.

Il prof. Rodolfo Renier riporta una curiosa lettera d'Isabella Gonzaga al marito, che è del 17 decembre 1507, nella quale lo ragguaglia che a Mantova, «essendosi incontrati a caso, suso uno cantono, messer Francisco Suardo et Zoan Lodovico da Gonzaga, per non cedersi l'un l'altro la via, sono stati fermi più de un'hora, contendendo de precedentia, l'uno per esser cavaler, l'altro de la casa del Gonzaga». Finalmente ebbero un'idea felice: «se voltarono l'uno al contrario de l'altro, ritornando per la via dove erano venuti».

Il marchese Bartolommeo Ariberti di Cremona, trovandosi a Bologna, fu richiesto d'aiuto da Niccolò Soresina, suo concittadino, che essendo venuto a litigio col figlio del Doge di Venezia, là studente, temeva «che, accompagnato dalla sua numerosa fazione di venti o venticinque che si fussero fra servidori e scolari», avesse risoluto di affrontarlo e di torgli il muro». Il marchese gli dette braccio e «si trasse pertanto avanti il suo camerata, per sostener quel muro e quella mano che gli si doveva, e che gli avversari, co' quali egli nè haveva conoscenza, nè alcun disparere, tentavano fuor di ragione di usurparsi. A quest'atto, che parve ardito a chi supponeva di non trovar resistenza, ma di potersi ingoiare a man franca col grosso numero dei seguaci l'avversano, tratte dall'una e dall'altra parte le spade, campeggiò la bravura del marchese sì fattamente, che cagionò terrore agli oppositori e meraviglia grande agli spettatori, vedendolo, con cinque sole persone, passare avanti vittoriosamente ed illeso, sostenere al maggior colmo l'honore all'amico ed a sè». Vita del Marchese Bartolomeo Ariberti, dedicata all'Illustriss. Signore il Sig. Marchese Girolamo Ariberti da Gienserico Francomono Scirtibargamo [Giacomo Ariberti], In Gormalta, senza note tipografiche, [1649]; pp. 8-10. Cfr. anche: Manacorda G., Il duello di Lodovico e un duello storico; nel Giornale storico della letteratura italiana; XLIV, 273-276. Di questi esempi, rovistando per gli archivi, ce n'è da trovarne un'infinità. (Ed.)

[154] Nella stessa prima minuta cancellò qui e altrove questo nome, sostituendovi quello di Duplica, che poi nella seconda minuta diventò Azzecca-garbugli. E cancellò anche il nome della serva di lui, che nella prima minuta era Felicina. (Ed.)

[155] Quest'episodio è tolto dal capitolo III del tomo I della prima minuta. (Ed.)

[156] Il Padre Cristoforo assiste al pranzo di Don Rodrigo. «Era questi in capo alla tavola: alla sua destra sedeva il giovane Conte Grazio», [divenuto poi Attilio nel testo definitivo], «cugino di Don Rodrigo, suo compagno di libertinaggio e di soperchieria, e che villeggiava con lui; alla sinistra il Podestà, che Don Rodrigo aveva invitato non senza perchè, potendo trovarsi in un impegno dal quale si sarebbe cavato meglio quando la Giustizia fosse tutta disposta in favor suo. Il Podestà mostrava di ricevere l'onore di sedere famigliarmente a tavola d'un cavaliere con un rispetto misto però d'una certa libertà che gli dava il suo uficio; accanto a lui e con un rispetto il più puro e il più sviscerato sedeva il nostro dottor Duplica, il quale avrebbe voluto essere il protetto di tutti quelli che eran da più di lui e il protettore di tutti quelli che gli erano inferiori: due o tre altri convitati di ancor minore importanza attendevano a mangiare e a sorridere con una adulazione ancor più passiva di quella del dottore: e quando questi approvava con un argomento, o con una lode, che voleva esser ragionata, essi non sapevano dire più in là di: certamente».

La disputa cavalleresca, nella quale il conte cugino e il Podestà erano di contrario parere e in cui bisognò che anche il Padre Cristoforo dicesse come la pensava, fu suggerita al Manzoni dal Birago. Il dott. Ubaldo Mazzini nello scritto già ricordato: La Cavalleria nei Promessi Sposi, prova, che «il luogo dei Consigli del Birago che ci mostra a luce meridiana esser quel libro il vero fonte a cui ha attinto è il Consiglio II, cioè il caso di bastonate date ad un portator di sfida, che trova riscontro nel capitolo V dei Promessi Sposi. Non solo qui il caso è perfettamente identico; ma identici sono i personaggi, identiche le citazioni, spesso identiche le parole». (Ed.)