[167] Prima scrisse: «(ha detto un barbaro che di tanto in tanto esce in qualche bella scappata d'ingegno, ma che nel complesso non può non accontentar noi gente «di gusto raffinato, avvezza a composizioni così continuamente ragionevoli, così rigorosamente sensate)». Nel testo definitivo è rimasto: «Tra il primo pensiero d'una impresa terribile, e l'esecuzione di essa, (ha detto un barbaro che non era privo d'ingegno) l'intervallo è un sogno, pieno di fantasmi e di paure». Il barbaro è Shakespeare, il quale espresse questo pensiero nell'atto secondo del suo Julius Caesar. Il reverendo Carlo Seven, che prese a tradurre in inglese i Promessi Sposi appena vennero alla luce, arrivato a questo passo, dette in furore e scrisse al Manzoni una lettera stizzosissima, chiedendogli conto e spiegazione di un tal giudizio. N'ebbe la seguente risposta, che ha la data del 25 gennaio 1828. «Pregiatissimo Signore, Si ricorda Ella di quel personaggio della commedia, il quale, strapazzato e battuto dalla sua sposa, per sospetto geloso, si rallegra tutto di quegli sdegni, benedice quelle percosse, che gli sono testimonianze d'amore? Ora, pensi che tale, a un di presso, è il mio sentimento, nel veder Lei così in collera contro di me, per difendere il mio Shakespeare: giacchè, quantunque io non sappia un iota d'inglese, e quindi non conosca il gran poeta che per via di traduzioni, pure ne son sì caldo ammiratore, che quasi quasi ci patisco se altri pretende esserlo più di me. E un tempo ch'io me la pigliava più calda che non adesso per la poesia e pei poeti, non le so dire quanta rabbia mi facessero quelle così rabbiose e così inconsiderate sentenze di Voltaire e de' suoi discepoli sulle cose di Shakespeare. E forse più ancor delle ingiurie mi spiaceva quel modo strano di lodarlo dicendo che, in mezzo a una serie di stravaganze, egli esce di tempo in tempo in mirabili scappate di genio: come se la voce del genio, che in quei luoghi leva, per dir così, un grido, non fosse quella stessa che parla altrove; come se la stessa potenza, che ivi fa di sè una mostra straordinaria, non si mostrasse, con meno scoppio, ma con maravigliosa continuità, nella pittura di tante e tanto varie passioni, nel linguaggio di tanti caratteri e di tante situazioni, così umano e così poetico, così inaspettato e così naturale; linguaggio cui non trova se non la natura nei casi reali, e la poesia nelle sue più alte e profonde inspirazioni; come se la stessa potenza non apparisse nella scelta, nella condotta, nella progressione degli avvenimenti e degli affetti, nell'ordine, così negletto in apparenza e così seguito in effetto, che uno non sa se debba attribuirlo a un mirabile istinto, o ad un mirabile artificio: o piuttosto v'è straordinariamente dell'uno e dell'altro, etc. etc. E appunto contro quel sentimento di Voltaire (sul quale, del resto, è stato detto da altri, prima di me, meglio ch'io non saprei mai dire) io me la son voluta prendere con quella mia frase ironica; la quale, intesa da Lei in senso proprio, non maraviglia che l'abbia così scandalizzata. Ma, poichè Ella l'ha intesa così, mi domanderà certamente come io abbia creduto che Ella l'avesse a intendere altrimenti. Le dirò che mi son fidato, prima di tutto, nelle parole stesse; le quali, se Ella vi pon mente, son tanto strane, a pigliarle sul serio, che m'è sembrato che avvisassero per sè di doverle pigliare pel verso opposto. Quelli che han voluto metter più basso Shakespeare, lo hanno detto un genio rozzo, indisciplinato, ma tutt'altro che volgare: la mia proposizione, intesa secondo la lettera, verrebbe a dirlo un ingegno barbaro e mediocre. E un giudizio, così lontano da tutti i giudizi, riuscirebbe ancor più strano e inintelligibile nella circostanza in cui è messo fuori, a proposito cioè d'un luogo famoso, d'un passo che, anche da quelli che non apprezzano lo scrittore, è conosciuto e citato come uno dei più nobili di tutta la poesia. Oltracciò, io mi son fidato nella supposizione che i miei lettori (dei quali, com'Ella dee aver veduto, io pronosticava al mio libro un numero ben minore di quello che gli ha dato la sorte) conoscessero la mia ammirazione per Shakespeare, e da questa conoscenza fossero guidati a interpretare (se ve n'era bisogno) le mie parole. Ma come l'avevano a conoscere? mi domanderà Ella di nuovo. Per un mezzo che mi viene a punto per fare una mia vendetta, una vendetta proprio di quelle atroci, alla moda di noi altri italiani, per castigarla, s'Ella mi permette, dell'aver pensato così male di me. E il suo castigo sarà di leggere una mia lettera, in francese, intorno alle unità drammatiche, lunga di molte buone pagine e pubblicata già da qualche anno. Ma io veggo ch'Ella domanda misericordia, e non voglio esser crudele: ridurrò dunque la pena allo stretto necessario; e, per uscir di scherzo, la pregherò di guardare nell'edizione, fatta costì [a Pisa] da codesto sig. Capurro, di varie mie corbellerie, i luoghi di quella lettera dove è parlato di Shakespeare. E sono, alla pag. 409, un piccolo confronto tra il concetto generale dell'Otello e quello della Zaira di Voltaire. Poi, alla pag. 414, dove, confessando che non mi gusta la mescolanza del serio e del giocoso nei drammi di Shakespeare, Ella vedrà s'io rinnego l'uomo, e se dibatto punto della mia ammirazione per esso. Alla 421, dove, per la parte mia, Shakespeare non è quasi altro che nominato, ma vedrà come e in che compagnia: quivi poi son riferite osservazioni d'un mio amico, le quali Ella leggerà sicuramente con piacere. Finalmente, s'io ho ben frugato per tutto, alla pag. 429, dove comincia un transunto del Riccardo II; un transunto magro e atto forse a dimostrare che chi l'ha steso abbia poco veduto in Shakespeare; ma non certamente che vi abbia poco guardato. Ciò non di meno, l'effetto che la mia frase ha prodotto in Lei così contrario al mio intento, mi dà giusto sospetto di non essermi spiegato così chiaro come avrei dovuto, e mi fa temere che un effetto simile non sia prodotto nel più degli altri lettori ch'io avrò da Lei: sicchè, non solo io consento (come Ella gentilmente mi propone); ma la prego ch'Ella voglia prevenire ogni simile interpretazione in quel modo che le parrà migliore. Le rendo nuove grazie dell'onore che Ella mi fa coll'occuparsi della mia favola-storia; e sento lietamente la speranza che Ella mi da di potere presto aver quello di conoscerla personalmente e di esprimerle a viva voce la mia riconoscenza e i sentimenti dell'alta stima, coi quali mi pregio di rassegnarmele Dev.mo obb.mo servitore Alessandro Manzoni».

Carlo Seven stampò la lettera a pp. XI-XVII della Preface che sta in fronte al vol I. della sua traduzione, accompagnandola con queste parole: «This passage» (l'accenno al barbaro che non era privo d'ingegno) «contains a sentiment from Shakespeare; and i was struck, as every one who reads it must be, with the parenthetical remark; in which the author styles the King of Bards a barbarian not entirely destitute of talent, Indignant, as a loyal subject should be at the aspersions of a rebel, I dared to fling the gauntlet at his feet; and in a letter to M. Manzoni (to which I was encouraged by a previous communication), I charged him zealously if feebly, with his crime. In the reply, which I am permitted to annex at foot, he condescends to rebut the charge; and extend a friendly hand, where I looked for a hostile glaive. He alleges, as will be seen, that the passage is ironical—but I will not spoil the defence by garbling it. Let the Reader consider it with attention; and while attracted by the beauty of the Autor's style—the force and warmth of his panegyric on Shakespeare: while admiring the ingenious mode by which he deprecates our English prejudices—let him recommend to this highly gifted individual, henceforward to be less frugal of a note of admiration! And let him add, in the language of one among the consummate masters of Irony that England has had to boast

«To statesmen when we give a wipe, We print it in Italic type».

Cfr. The betrothed lovers; | a | milanese tale of the XVIIth. century: | translated | from the italian | of | Alessandro Manzoni. | In three volumes. | Vol. I | Pisa: | Niccolo Capurro, Lung'Arno | 1828; pp. VIII-X.

[168] Segue cancellato: «Un matrimonio clandestino era per Lucia Zarella quello che l'uccisione d'un dittatore per Marco Bruto». (Ed.)

[169] Segue cancellato: «Perpetua era salita a portar l'ambasciata a don Abbondio, il quale, convalescente della febbre dello spavento, anzi più guarito (quanto alla febbre) che non volesse lasciar credere, stava sul suo seggiolone, con un libricciuolo aperto dinanzi. Il pover'uomo, tanto era lontano dal pensare alla burrasca che gli si addensava sul capo! andava cercando nella sua memoria chi fosse stato Carneade. Bisogna sapere che don Abbondio si». Il Manzoni nel correggere la copia per la Censura troncò qui il capitolo, e di quello che segue ne formò il principio del capitolo VIII. (Ed.)

[170] A proposito dell'accenno a Carneade il prof. Nino Tamassia [Due note manzoniane; in Giornale storico della letteratura italiana; XXI, 182] scrive: «chiedere perchè il Manzoni tirò fuori il nome di quel letteratone del tempo antico, sembrerebbe forse una stranezza bell'e buona: e pure non è così. Accostiamo alle parole messe in bocca di don Abbondio queste altre di un dialogo di Agostino [Contra Academicos, cap. III, n.º 7; in Opera, ed. Venet. 1833, I, p. 305]: Tum Licentius: Carneades, inguit, tibi sapiens non videtur? Ego, ait, Graecus non sum, nescio Carneades iste qui fuerit. Non coincide la domanda di don Abbondio: Carneade! Chi era costui? con la frase di Agostino: nescio Carneades iste qui fuerit? Il Manzoni aveva studiato il gran dottore africano, e ne fa fede la lettera sua al Poujoulat... nella quale, da par suo, cerca di determinare dove precisamente sorgesse il celebre Cassiacum, ove Agostino si era ritirato con la madre, il figlio e gli altri amici, per prepararsi al battesimo. E notisi che il dialogo contra Academicos è opera nata dalla conversazione di Agostino e de' compagni, durante il tranquillo soggiorno di Cassiaco. Non parrà dunque più strana, dopo queste considerazioni, l'ipotesi che il Manzoni, scrivendo i Promessi Sposi, ricordasse il nescio Carneades iste qui fuerit, e lo facesse dire al povero don Abbondio, come saggio della non troppo ampia cultura del clero d'allora».

Proprio dopo le parole della seconda minuta, che ho stampate: «perchè Archimede ne ha fatte di così belle», il Manzoni scrisse, ma cancellò: «che non occorre esser molto erudito per saperne qualche cosa. Ceda Carneade, proseguiva poi il panegirico. Carneade! ruminava tra sè il lettore: chi era costui? mi par bene... Perpetua entrò ed espose la domanda di Tonio». È evidente: la fonte alla quale attinse il Manzoni, non si deve cercare nel passo di S. Agostino, ma nel «panegirico in onore di S. Carlo, detto con molta enfasi, e udito con molta ammirazione, nel duomo di Milano, due anni prima». Il Lucchini [Comentario dei Promessi Sposi, ovvero la rivelazione di tutti i personaggi anonimi, Lecco, 1904; pp. 129-130] afferma recisamente: «Il libro sul quale meditava in quel momento don Abbondio... era un panegirico in onore di S. Carlo... Quel panegirico... avea per titolo La Fenice, e il suo autore fu Lucio Giuseppe Avogadro della Congregazione di Somasca e professore di teologia a S. Maria Segreta in Milano, ove era prevosto». La Fenice, oratione in lode di S. Carlo Borromeo... di Don Lutio Gioseppe Avogadro, fu recitata alli 4 di Novembre 1652; venne stampata «in Milano» appunto nel MDCLII, e non c'è rammentato nemmen per sogno Carneade! Si tratta invece d'un altro panegirico, recitato nel 1626. Bisogna frugare per le Biblioteche di Milano e scovarlo. L'ho tentato, ma per ora senza frutto. Coraggio e avanti; la fortuna arrida al nuovo Colombo! (Ed.)

[171] Prima aveva scritto: «Beppo Calcarello» e «Anselmo Stacchi». (Ed.)

[172] Le parole: «bruna e distinta» furono aggiunte dopo, in margine. (Ed.)