Quindici giorni circa passarono i nostri rifuggiti nel castello; quindici giorni di batticuore e di sospetto, di spauracchi subitanei e di rincoranti non è vero, di vigilie, di allarmi, di pericoli, che, grazie al cielo, tutti svanirono senza danno. Il castello era fuor di strada e quei pochi demonj di lanzichenecchi sbandati, che capitavano alle falde del promontorio, veggendo su per la via uomini in arme, e non sapendo quanti più ve ne fosse in alto, più curiosi allora di preda che di battaglia, se ne tornava pel loro meglio. Oltracciò, la parte dell'esercito che nella marcia si distendeva lungo l'estremo confine, aveva un interesse urgente di tenersi raccolta e all'erta e di non disperdersi troppo a buscare. Sull'altro confine era raccolta una forza dei Veneziani, la quale, sotto il comando di Marco Giustiniani, provveditore all'armi in Bergamo, era destinata a costeggiare l'esercito alemanno per tutto quel tratto del suo passaggio che toccasse i confini della Repubblica; e a questa forza avevano dato nome di squadrone volante. Alla presenza di questi, che certo non erano amici, e che vedendo un bel tratto potevano far da nemici, bisognava camminare con giudizio; e questa fu principalmente la cagione per cui il castello non fu molestato. Ma anche questa, che in fatto era salute, fu pel volgo inerme che vi era ricoverato, e per Don Abbondio principalmente, un aumento d'inquietudine: poichè se il confine Veneto fosse stato sguernito, Don Abbondio certamente l'avrebbe varcato e sarebbe andato innanzi innanzi fino a che non avesse più inteso parlare di lanzichenecchi. Ma ora, il poveretto non aveva più rifugio; l'accesso ai monti, oltre la fatica, era pieno di pericoli pei predoni che potevano trovarsi su la via: e attraversare lo squadrone volante sarebbe stato lo stesso che correre in bocca al lupo: giacchè quella era una marmaglia ragunaticcia d'uomini tagliati a un dipresso alla misura dei lanzichenecchi; e nel paese che le era dato a proteggere faceva il peggio che poteva.

Ognuno può immaginarsi come il povero Don Abbondio passasse quei quindici giorni. Stavasi colle donne, coi vecchj e coi fanciulli nel luogo il più riposto del castello: di tempo in tempo la paura lo cacciava fuori a domandar novelle, e rare erano quelle che non gli accrescessero lo spavento. L'aspetto dell'armi, dei preparativi di difesa, da una parte, lo rincorava alquanto; dall'altra, gli era intollerabile, facendogli immaginare tutte quelle bagattelle in movimento a far carne. Si percoteva il petto e le guance, pensando alla minchioneria che aveva fatta. Mi son messo in gabbia da me stesso[128], diceva tra sè, sospirando. Oh che bestia! mi sono lasciato condurre da due pettegole. E in questo pensiero s'infuriava tanto che più d'una volta tirò da parte Perpetua per isfogarsi in improperj contra di essa. Ma quando Perpetua, giustificandosi, alzava la voce, Don Abbondio la faceva tacere e cessava di garrire anch'egli, tutto impaurito che non nascesse qualche scandalo, e il Conte, tornando all'antica natura, non facesse il diavolo. Don Abbondio sedeva alla tavola del Conte, che in quell'accampamento era come la tavola dello stato maggiore: v'erano i signori del contorno, che facevano da ufiziali, le signore e qualche prete. La tavola era lieta: il Conte, da buon generale, metteva in campo e intratteneva discorsi atti ad ispirare risoluzione, a ravvicinare gli animi, a mettere i pensieri in comune, perchè i pensieri solitarj sono più vicini allo scoraggiamento. Bisognava dunque parlare e ridere, e si rideva; ma per Don Abbondio era un supplizio: e quando il Conte gli rivolgeva in particolare il discorso per animarlo un pochetto, egli allora, sforzandosi di mangiare e di ridere, faceva in una volta due smorfie che gli davano una figura veramente compassionevole.

Ma tutte le cose hanno veramente un termine: passano i cavalli di Wallenstein, passano i fanti di Merode, passano i cavalli d'Anhalt, passano i fanti di Brandeburgo, e poi i cavalli di Montecuccoli, e poi quelli di Ferrari, passa Altringer, passa Furstenberg, passa Colloredo, passano i Croati; quando piacque al cielo passò anche Galasso, che fu l'ultimo. Lo squadrone volante de' Veneziani si mosse anch'esso per tener dietro al movimento dell'esercito alemanno su la riva opposta dell'Adda, fin dove ella era confine fra i due Stati, e portarsi poi sull'Oglio a fare la stessa processione. Quando le due retroguardie furono distanti una giornata dal castello, gli ospiti ne uscirono come uno stormo di passeri si sparpaglia all'intorno dai palchi aerei e fronzati d'una gran quercia, dove erano accorse a ricoverarsi dalla tempesta. Don Abbondio avrebbe voluto gittarsi d'un volo al suo nido, per mirar tosto cogli occhj proprj il suo dolore e il guasto che v'era stato fatto, e nello stesso tempo perchè i barberini, vedendo la casa abbandonata, non venissero a portar via quello che i barbari avevan potuto lasciare. E poi per quanto il Conte avesse dato segni e prove d'esser divenuto un galantuomo, Don Abbondio non l'aveva potuto guardar mai in volto senza ricordarsi dell'uomo brusco che era stato altre volte, e non istava con lui di buon animo, massime in picciola brigata. Ma, dall'altra parte, lo riteneva la paura di abbattersi in qualche lanzichenecco sbandato, rimasto addietro alla busca, e di affogare in porto. Era quindi sempre su le mosse e sempre s'indugiava, domandando novelle dei contorni a tutti coloro che giungevano al castello; e le novelle erano dolorose. Quei pochi, rimasti colla speranza di guardar le case, o discesi troppo presto, si erano trovati sbigottiti, storditi dalle percosse e dallo spavento; ogni arredo, ogni masserizia sparita, e in quella vece nelle case un impatto di strame, tizzoni di mobili arsi, greppi di stoviglie sfracellate per istrazio dopo avervi bevuto il vino rubato, schifezze d'ogni genere, un tanfo che toglieva il respiro, dimodochè ognuno tornando con ansia alla casa derelitta ne usciva alla prima con fastidio e doveva farsi forza a poco a poco per rientrarvi a renderla di nuovo abitabile. In qualche luogo il padrone, avanzando così per la sua casa, udiva un gemito; guardava con sospetto che fosse: era un soldato, che languiva infermo, che spirava: e il padrone ristava a quello spettacolo con un senso misto di ribrezzo e di pietà, di rancore e di spavento, scorgendo nel volto livido, nelle membra macchiate del giacente l'immagine confusa, ma terribile della peste, che fino allora forse egli aveva sprezzata come un sogno lontano.

Il Conte, argomentando da queste relazioni, che Agnese, se si fosse affrettata di tornare, non avrebbe però trovato nulla da guardare, la ritenne per due o tre giorni; e intanto raccolse, di quello che gli rimaneva, un po' di provvigione, fece mettere insieme un po' di biancheria, qualche mobile, qualche attrezzo di cucina, e, caricatone un baroccio, volle che Agnese partisse su quello con quella poca scorta e la fece accompagnare da due suoi tarchiati servi, ordinando loro che aiutassero la povera donna a ripulire la sua casa. Agnese partì dopo molte ripulse cerimoniose e mille rendimenti di grazie, e Don Abbondio e Perpetua le andarono in compagnia.

La strada fu trista per lo spettacolo continuo della distruzione e della disperazione; ma la giunta fu più trista ancora. Alla esclamazione, cento volte ripetuta, di povera gente, succedette il povero me: parola che, generalmente parlando, esce da una parte più profonda.

Cogli ajuti del Conte, Agnese potè quel primo giorno spazzare il suo povero abituro, ricogliere qualche masserizia sparsa qua e là nell'orto e nel campo, scavare ciò che aveva deposto sotterra, e tra con questi rimasugli e con quel di più che il Conte le aveva dato appresso, allogarsi in casa, se non come prima, almeno in modo da poterci stare passabilmente, anzi da eccitare l'invidia dei suoi paesani. Ma il povero Don Abbondio questa volta ebbe campo e ragione più che mai di sclamare: oh che gente! oh che gente! La sua casa era la più maltrattata del villaggio, perchè era la più apparente; e gli ospiti eroi, sospettando che ci dovesse esser più che altrove ricchezza nascosta, vi avevano impiegato più ostinate cure a metter tutto sossopra. Il sospetto non era mal fondato, nè le cure erano state inutili: e Perpetua, mettendo il piede su la soglia, tra mezzo i mobili spezzati, i fogli lacerati e le piume delle sue galline, scorse tosto con raccapriccio frantumi e brani di quelle cose ch'ella pensava aver meglio appiattate; e dovette confessare che i lanzichenecchi avevan più ingegno a scovare, ch'ella non avesse a nascondere. Don Abbondio, spinto innanzi dall'ansia di vedere i fatti suoi, e rispinto dal ribrezzo e dall'orrore, metteva il capo alla porta d'una stanza e lo ritraeva, dava tre passi e ristava. Quale spettacolo! Ogni stanza, oltre il guasto che presentava, dava tosto l'idea del guasto generale; i segni d'un vasto saccheggio erano ragunati in un picciolo angolo, come idee sottintese in un periodo scritto da un uomo di garbo. Sul focolare della cucina, per esempio, si vedevano più tizzoni spenti, i quali accennavano ancora d'essere stati un bracciuolo di seggiola, il piede d'un trespolo, un'imposta d'armadio, una doga del botticino dove Don Abbondio teneva il vino che per una lunga esperienza aveva riconosciuto il migliore amico del suo stomaco. Di questi e di tanti altri mobili non restavano che rottami, un po' di cenere e di carboni spenti; e con quei carboni, come per compenso e per un complimento al padrone, i guastatori avevano schiccherate le pareti di fantocciacci, ingegnandosi con berretti quadri e altre divise di raffigurarne dei preti e studiandosi di farli orribili e ridicolosi; intento che, per verità, non poteva fallire a tali artisti.

Don Abbondio, mettendosi le mani in que' due suoi ciuffetti grigi su le tempie, balzò di casa come un forsennato e andò di porta in porta a gagnolare, a scongiurare quegli, che tornati da qualche giorno avevano assestate alla meglio le case loro, che venissero a dare un po' di governo alla sua; e nello stesso viaggio, guardava anche chi fosse più fornito di roba salvata dalla rapina, e accattava in prestito da chi una panca, da chi una coltre, da chi un piatto, da chi una pentola; tanto che con gli ajuti e con le prestanze potè accamparsi quel giorno in casa, per riconquistarla e riordinarla poi tutta a poco a poco. Passati quei primi giorni e nel tempo appunto delle brighe e delle spese, Don Abbondio ebbe con sè stesso e con Perpetua una guerra assai fastidiosa. Perpetua, parte con la sua vista, acuta come il fiuto di un bracco, parte con la sua abilità a far ciarlare la gente, scoperse che molte masserizie del suo padrone non erano già state sciupate dai barbari, ma erano sane e salve in paese nelle mani dei barberini: ne fece tosto avvertito Don Abbondio, perchè si facesse rendere il suo. Ma Don Abbondio non voleva sentir toccare questa corda: non già che gli dispiacesse assai vedersi così rubato a man salva e sapere il fatto suo in mano d'altri, ma quegli che se lo tenevano erano i più terribili e bizzarri arieti del suo gregge; quegli dai quali Don Abbondio aveva sempre sofferto ogni cosa, piuttosto che provocarli al cozzo, che aveva sempre accarezzati e lodati come i più savj ed esemplari. Sicchè sopra il rovello e il danno aveva egli a tollerare anche le baruffe con Perpetua, e di queste baruffe ve n'era una tutte le volte che Don Abbondio si lagnava di qualche mancanza, domandava qualcheduno di quegli utensili che altri aveva fatti suoi.

—Vada a cercarlo al tale, che lo ha, diceva Perpetua, e che non lo avrebbe tenuto fino a quest'ora se non avesse che fare con un... buon uomo.

—Zitto, zitto, Perpetua, zitto.

—Zitto, zitto, rispondeva Perpetua, e così ella si lascerebbe mangiar gli occhi del capo. Rubare agli altri è peccato, ma a lei è peccato non rubare.