—Oh che spropositi! oh che spropositi! sclamava Don Abbondio. Ma sapete pure... Col nome del cielo... volete la mia morte!...

La baruffa andava talvolta in lungo, ma Don Abbondio rimaneva sempre vincitore, perchè quando si trattava di paura, egli mostrava una risoluzione e una virtù tale che Perpetua sentiva di non poter competere, e taceva la prima. Tutto quello che fece Don Abbondio fu di gittare in predica qualche motto sul dovere di restituire e su la trista sorte di chi va all'altro mondo carico dell'altrui; ma lo diceva con certe perifrasi, con un riserbo, con una delicatezza da fare onore ad un predicatore di Corte. E pure, appena quelle parole erano uscite, gli pareva che fossero state troppe e troppo ardite, e per riparare un qualche brutto effetto che ne potesse venire, passava tosto a parlare dell'ira e della mansuetudine e del gran male che è l'infierire centra quelli che non vogliono nè possono far difesa.


XX.

Dialogo sulla peste tra Don Ferrante e il Signor Lucio.

Poco dissimili dai ragionamenti che il popolo urlava nelle vie erano quelli che i signori schiamazzavano nelle sale. I dotti poi, convenendo per la più parte nella opinione comune, la sostenevano però con argomenti un po' più reconditi e si scatenavano contra il tribunale e contra quei pochi medici con uno sdegno e con uno scherno più filosofico. Per darcene un saggio, l'autore del manoscritto riferisce una disputa occorsa in una brigata signorile tra il nostro Don Ferrante e un Magnifico Signor Lucio, del quale l'autore, tacendo il cognome, accenna alcune qualità. Era costui professore d'ignoranza e dilettante d'enciclopedia; si vantava di non aver mai studiato, e ciò non ostante, anzi per questo appunto, pretendeva decidere d'ogni cosa; perchè i libri, diceva egli, fanno perdere il buon senso. Ammetteva bene una scienza che si poteva acquistare colla esperienza e comunicare per mezzo della parola: teneva che si possano scoprire verità; anzi non è da dire quante verità egli credesse di conoscere; ma nei libri, non so per quale raziocinio, supponeva che non si potesse consegnare altro che bugie.

Si strepitava in quella brigata contra i regolamenti della Sanità, che, divenendo di giorno in giorno più risoluti, cominciavano a non far distinzione di persone e assoggettavano anche i potenti ad una vigilanza incomoda.

—Tutto questo, diceva il Signor Lucio, in grazia dei libri, dei sistemi, delle dottrine che hanno scaldata la testa d'alcuni, i quali, per nostra sciagura, comandano. Non è ella cosa che fa rabbia e pietà nello stesso tempo il vedere quel buon vecchio di Settala, che potrebbe fare il medico con giudizio e servirsi della sua buona pratica acquistata in sessant'anni e del buon senso che gli ha dato la natura, vederlo, dico, perduto dietro sogni ridicoli, incaparbito contra il sentimento d'un pubblico intero, innamorato di quella sua idea pazza del contagio; perchè? perchè l'ha trovata nei suoi autori. Scienziati, scienziati; gente fatta a posta per creare gl'impicci.