Vittoria sarebbe qui montata sulle furie se non avesse avuto un secreto da scavare, e se non avesse pensato che nulla allontana da questo intento come il piatire sopra cose estranee. Interruppe dunque Don Abbondio, ma in aria sommessa:
—Oh, per amor del cielo, che va ella mai rimescolando: sono stata ben castigata; non aveva creduto far male, e dopo d'allora guarda che mi sia uscita una parola. Signor padrone, se io parlo...
—Via, via, non giurate.
—Ma vorrei poterla soccorrere, chi sa che io non abbia un povero parere da darle. Io l'ho sempre servita di cuore e con attenzione, ma ella sa, e qui fece una voce da piangere, ella sa che i misterj non li posso soffrire. Una serva fedele ha da sapere...
In fondo il curato aveva voglia di scaricare il peso del suo cuore, onde fattigli ripetere seriamente i più grandi giuramenti, le narrò il miserabile caso: mentre la buona Vittoria, tra la gioja del trionfo e l'inquietudine del fatto, che non poteva esser lieto, spalancò gli orecchi e ristette colla posata alzata nel pugno, che tenne puntato sulla tavola.
—Misericordia! sclamò Vittoria: oh gente senza timor di Dio, oh prepotenti, oh superbi, oh calpestatori dei poverelli, oh tizzoni d'inferno!
—Zitto, zitto, a che serve tutto questo?
—Ma come farà, signor padrone?
—Oh! vedete, disse il curato in collera, i bei pareri che mi dà costei? Viene a domandarmi come farò, come farò, come se fosse ella nell'impiccio e che toccasse a me cavarnela.
—Sa il cielo se me ne spiace, signor padrone; ma bisogna pensarci.