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L'accoglimento freddo e imbarazzato, l'impazienza e quasi la collera, il tuono continuo di rimbrotto, senza un perchè, quel farsi nuovo del matrimonio, che pure era concertato per quel giorno, e non ricusando mai di farlo quando che sia, parlare però come se fosse cosa da più non pensarvi, le insinuazioni fatte a Fermo di metterne il pensiero da un canto; il complesso insomma delle parole di Don Abbondio presentava un senso così incoerente e poco ragionevole, che a Fermo, ripensandovi così nell'uscire, non rimase più dubbio che non vi fosse di più, anzi tutt'altro di quello che Don Abbondio aveva detto. Stette Fermo in forse di ritornare al curato per incalzarlo a parlare, ma, sentendosi caldo, temette di non passare i limiti del rispetto, pensò alla fin fine che una settimana non ha più di sette giorni, e si avviò per portare alla sposa questa triste nuova. Sull'uscio del curato abbattè in Vittoria, che andava per una sua faccenda, e tosto pensò che forse da essa avrebbe potuto cavar qualche cosa, e, salutatala, entrò in discorso con lei.

—Sperava che saremmo oggi stati allegri insieme, Vittoria.

—Ma! quel che Dio vuole, povero Fermino.

—Ditemi un poco, quale è la vera ragione del signor curato per non celebrare il matrimonio oggi, come s'era convenuto.

—Oh! vi pare ch'io sappia i secreti del signor curato?—È inutile avvertire che Vittoria pronunziò queste parole come si usa quando non si vuole esser creduto.

—Via, ditemi quel che sapete; ajutate un povero figliuolo.

—Mala cosa nascer povero, il mio Fermino.

Per timore di annojare il lettore non trascriverò tutto il dialogo; dirò soltanto che Vittoria, fedele ai suoi giuramenti, non disse nulla positivamente, ma trovò un modo per combinare il rigore dei suoi doveri colla voglia di parlare. Invece di raccontare a Fermo ciò ch'ella sapeva, gli fece tante interrogazioni, e che toccavano talmente il fatto, noto a Vittoria, che avrebbero messo sulla via anche un uomo meno svegliato di Fermo, e meno interessato a scoprire la verità. Gli chiese se non s'era accorto, che qualche signore, qualche prepotente avesse gettati gli occhi sopra Lucia, etc.; parlò dei rischj che un curato corre a fare il suo dovere; del timore che uno scellerato impunito può incutere ad un galantuomo; fece insomma intender tanto, che a Fermo non mancava più che di sapere un nome. Finalmente, per timore, come si dice, di cantare, si separò da Fermo, raccomandandogli caldamente di non ridir nulla di ciò che le aveva detto.

—Che volete ch'io taccia, disse Fermo, se non mi avete voluto dir nulla.