Me dalla palla spesso e dalle noci
Chiamava Euterpe al pollice percosso
Undici volte.
E appunto, in uno di quei momenti in cui si sentì infiammato dal «furor sacro» o «furor santo» che quella Musa suol destare nel seno de' suoi devoti, il Manzoni scrisse il poemetto, di titolo e forma petrarchesca, Il trionfo della Libertà. Il 20 piovoso, o, per parlare un linguaggio meno repubblicano, il 9 febbraio 1801, era stata firmata la pace di Luneville. Insieme con tutto il mondo liberale, applaudì anche il quindicenne Manzoni, scrivendo quel poemetto. V'inneggia all'aurora d'un'êra novella: son finite le guerre, la Superstizione è stata finalmente sbandita dal mondo, la Libertà procede trionfatrice.
Coronata, di rose e di vïole,
Scendea di Giano a rinserrar le porte
La bella Pace pel cammin del Sole;
E le spade stringea d'aspre ritorte,
E cancellava con l'orme divine
I luridi vestigi de la Morte;
E la canizie de le pigre brine
Scotean dal dorso, e de le verdi chiome
Si rivestian le valli e le colline....
Son mosse e colori montiani. Il novizio cerca la sua forma, ma per ora non sa che calcar le orme altrui. Il modello prossimo è la Mascheroniana; ma ogni tanto spunta il ricordo pur della Basvilliana o degli altri poemetti del fecondo e facondo Ferrarese. La dea Libertà v'è raffigurata
Umilemente altera, ed il decenne
Berretto il crine affrena;
com'è appunto nel Pericolo:
E di Bruto l'insegna è il suo cappello.