e ha sobbalzi e scatti d'un paganesimo così vivace, da fare al libire l'autore degl'Inni e della Morale cattolica (c. II):

Che il celibe Levita ti governa
Con le venali chiavi, ond'ei si vanta
Chiuder la porta e disserrar superna.

E i Druidi porporati: oh casta, oh santa
Turba di Lupi mansueti in mostra,
Che de la spoglia de l'agnel s'ammanta!

E il popol reverente a lor si prostra
In vile atto sommesso, e quasi Dii
Gli adora e cole: oh sua vergogna e nostra!

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Questi i diletti de l'Eterno sono?
Questi i ministri del divin volere?
E questi è un Dio di pace e di perdono?

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

O degenere figlia di Quirino,
Che i tuoi prodi oblïando, al Galileo
Cedesti i fasci del valor latino!

Codeste note antipapali e peggio avevano nutrita e infiammata la letteratura transalpina e cisalpina di prima e dopo la Rivoluzione, dal Voltaire all'Alfieri, dal Montesquieu al Monti. E con quella letteratura il Manzoni era più che affiatato. Il Foscolo, che lo conobbe di quegli anni appunto, lo proclamava «nato alle lettere e caldo d'amor patrio».Ma certi bollori tra giacobini e tribunizii, gorgoglianti qua e colà nel poemetto, tradiscono un fuoco che non è nativo. Sta bene che, negli anni più maturi, il Manzoni dichiari d'avere scritto quei versi «nell'anno quindicesimo» dell'età sua, «non senza compiacenza e presunzione di nome di poeta», e di rifiutarli perchè troppo primaticci; «ma», soggiungeva, «veggendo non menzogna, non laude vile, non cosa di me indegna esservi alcuna, i sentimenti riconosco per miei». Ripudiava i versi, «come follia di giovanile ingegno»; legittimava i sentimenti, «come dote di puro e virile animo». Oh, non tutti i sentimenti! Questo, per esempio, che ha suggerito di raffigurare la Libertà con le mani tutte e due ingombre: la destra dal brando, la sinistra dalla scure che troncò il capo di re Luigi (c. I):

Stringe la manca la fatal bipenne,
E l'altra il brando scotitor de' troni....