(imitazione un po' goffa della figurazione montiana, dei due Cherubini sospesi su le penne, ai fianchi del trono dell'Eterno: «Quegli d'olivo un ramoscel tenea, Questi un brando rovente»; nella Mascheroniana, c. II). O quest'altro, che ha consigliato di rappresentar così la Giustizia:
Quinci è Colei, che del comun diritto
Vindice, a l'ima plebe i grandi agguaglia,
Sol disuguai per merto o per delitto;
E se vede che un capo in alto saglia,
E sdegni assoggettarsi a la sua libra,
Alza la scure adeguatrice, e taglia.
Giustizia da Marat, codesta, non da un nipote di Cesare Beccaria!
Dichiarazione premessa al manoscritto del «Trionfo della Libertà».
Tuttavia, la maggior parte del poemetto è tale che s'intende come fin l'autore del Romanzo non potesse che compiacersene. E l'apostrofe alla regione nativa, nel canto IV, pur con tutti gli spunti e pariniani e alfieriani e montiani che vi si potrebbero additare, è già schiettamente manzoniana. Chi non lo sa? La bella utopia repubblicana, classicamente drappeggiata, che era valsa a commuovere, negli anni più propensi all'entusiasmo, poeti e pensatori, dal Montesquieu all'Alfieri, e per un momento anche l'austero cantore del Giorno, non aveva, tradotta dal regno dei sogni in quello della realtà, nulla mantenuto delle sue rosee promesse. A una tirannia decrepita e slombata, se n'era sostituita un'altra, incomposta, intraprendente, procacciante, audace, volgare, perchè d'una moltitudine impreparata, inesperta, incapace, e avida di saziarsi e d'inebriarsi di quei vizi medesimi dei quali era stata fin allora spettatrice e biasimatrice invidiosa. Il Parini n'era morto corrucciato; e Vittorio Alfieri faceva, in quegli ultimi inoperosi anni della sua vita già tanto agitata, «dolce l'ira sua nel suo segreto», preparando agl'Italiani, nel Misogallo, il suo testamento politico.
Il Manzoni insorge, legittimo erede dell'onesto brianzuolo e dell'allobrogo feroce (c. IV).
Ma tu, misera Insubria, d'un tiranno
Scotesti il giogo, ma t'opprimon mille.
Ahi che d'uno passasti in altro affanno!