Ahi di Tiranni ria semenza iniqua,
De gli uomini nimica e di natura,
Or hai pur spenta l'empia sete antiqua!
Gonfia di sangue la corrente e impura
Portò l'umil Sebeto, e de la cruda
Novella Tebe flagellò le mura.
Tigre inumana di pietade ignuda,
Tu sopravvivi a' tuoi delitti? Un Bruto
Dov'è? Chi il ferro a trucidarti snuda?
Muoia, perdio, «l'empia tiranna»!
E disperata mora, e a' suoi singulti
Non sia che cor s'intenerisca o pieghi,
E agli strazii perdoni ed agli insulti,
O dal ciel pace a l'empia spoglia preghi;
Ma l'universo al suo morir tripudi,
E poca polve a l'ossa infami neghi.
Ricalcati su modelli alfieriani sono altresì i due sonetti del 1801: quello dove il Manzoni ritrae sè stesso; e l'altro, A Francesco Lomonaco, che si chiude con le famose terzine:
Tal premii, Italia, i tuoi migliori, e poi
Che prò se piangi e 'l cener freddo adori,
E al nome voto onor divini fai?
Sì da' barbari oppressa, opprimi i tuoi,
E ognor tuoi danni e tue colpe deplori,
Pentita sempre e non cangiata mai.
Quest'ultimo sonetto fu il primo componimento che dal Manzoni fosse pubblicato.