V.
Tuttavia, il poetino
Giovin d'anni e di senno, non audace,
Duro di modi ma di cor gentile,
s'avvide, o credette d'avvedersi, che Euterpe non era sincera con lui, e la piantò in asso. In cose d'amore, diceva da vecchio, sont staa semper un imbrojàa! E si lasciò sedurre dal «sospiro» di Erato.
Par proprio di quel tempo l'Ode, squillante di armonie pariniane, che comincia Qual su le cinzie cime. Al poeta giovinetto fu forse ispirata dall'«angelica» fanciulla, della quale confessava d'essersi invaghito «con fortissima e purissima passione» nel 1801, e soggiungeva d'aver rivista a Genova sei anni dopo[7]. Non ancora, vi dichiara, gli occhi suoi erano «dolci»—«dotti», corresse in un'altra copia—«d'amorose lagrime»; e gli occhi di lei, «vincendo di splendor l'emule Vergini», gli si rivolsero «dolcemente gravi». E come «soave» era quella voce!—Non so se anche il «parlar» di costei, «eletto e nitido», cadesse
come di limpide
Acque lungo il pendio lene rumor;