E il Zeffiro lascivo
Che ne le zone de le incaute vergini
Scherzar gode furtivo,
Onde audaci i pastor maligni ridono,
E a lor la guancia bella e vergognosa
Tinge virginea rosa.

Ma il pudico poeta non ne fece poi più nulla. E si lasciò invescare dall'«amaro ghigno» di quella Musa, che aveva pur allora perduto il principale suo «sacerdote» nel Parini: da Talia.

Nell'ottobre del 1803, in compagnia d'un suo zio paterno e di due altre famiglie milanesi, i Draghi e i Tordarò, era andato a Venezia; dove rimase circa un anno. Che grata impressione ricevette da «quei palazzi così stupendamente variati», da quel dialetto, che è, diceva, «un così felice miscuglio di tronchi, piani e sdruccioli»! (Cara invidia per chi, negli Inni e nell'Ode, avrebbe poi adottati i metri pariniani!). Lo zio e gli altri due, fautori e impiegati dell'Austria, vi erano mal visti; «e siccome Tordarò era brutto bene, i Veneziani fecero quel verso: Due di bestie hanno il nome, un la figura». Ma, soggiungeva, «quanto a me, che fui conosciuto subito per avverso al dominio straniero, si diceva: In presenza di lui si può parlare, perchè non è dei loro». Vi conobbe molti senatori e molte gentildonne: il doge Manin, che «in quell'inverno si lasciò rubare per ben quattro volte il tabarro per via»: Francesco Pesaro, ancor dolente «d'essere stato fischiato allorquando aveva proposto in Senato di armarsi e di unirsi all'Austria contro i Francesi»; e quel Camillo Gritti, in onor del quale il Parini aveva scritto La magistratura. «Io lo trovai una sera», narrò poi il Manzoni, «in una conversazione; e, accostatomi a lui, gli dissi pieno d'entusiasmo: C'è un'ode del Parini fatta per Lei! Ed egli mi rispose che non se ne ricordava bene!» Ritornando, volle soffermarsi un giorno nella «gentil Vicenza»; ma anche qui gli occorse un caso strano. «Entrai», raccontava, «in una bottega da caffè, e uno dei signori che vi erano seduti, s'alzò e venne a me, a chiedermi se io ero nobile, perchè quello era il Caffè dei nobili. Io gli risposi che nel mio paese non c'erano più queste distinzioni; e che se fossi stato nobile prima, non lo sapevo, perchè mi pareva cosa di tanto poca importanza da non curarsene affatto»[8]. (In verità, i Manzoni erano nobili del contado, e possedettero un tempo il feudo onorifico di Moncucco nel Novarese; e quando don Pietro e il fratello canonico don Paolo vennero a stabilirsi a Milano, avevan chiesto d'essere ammessi al patriziato, ma la domanda non era stata accolta, perchè la loro famiglia non era vissuta per oltre cento anni nella città).

Nel soggiorno veneziano, nell'arguta oltre che bella città che fu patria dell'ammirato Goldoni (il Manzoni, da vecchio, esclamava: «E il Goldoni! che ingegno comico! Molière fa ridere, ma talvolta fa odiare i suoi personaggi: Goldoni fa sorridere, e li fa amare[9]») e di Gaspare Gozzi, si sentì dunque nelle grazie di Talia, e snocciolò l'uno dopo l'altro tre Sermoni, che mandava via via agli amici milanesi. Persuaso d'esser nato a far versi, preferiva oramai «notar la plebe con sermon pedestre» al celebrare con «numeri sonanti» le memorande, ma fin troppo memorate, «opre antiche d'eroi» (Serm. III). Non già per «consiglio di maligno petto»; ma

Fatti e costumi
Altri da quei ch'io veggio, a me ritrosa
Nega esprimer Talia. Che se propongo
Dir Penelope fida, e il letto intatto
De l'aspettato Ulisse, ecco a la mente
Feconda l'orto del marito; cui
Non Ilio pertinace o il vento avverso,
Ma il prego mattutino o l'affrettata
Visita de l'amico o il diligente
Mercurio tiene ad ingrassare il censo
De l'erede non suo. L'imprese appena
Tento di Cincinnato e il glorïoso
Ferro alternato alla callosa destra,
O i Legati di Pirro innanzi al duro
Mangiator del magnanimo legume;
Tosto Fulvio rammento, il qual pur jeri
Villano, oggi pretor, poco si stima
Minor di Giove, e spaventar mi crede
Con la forzata maestà del guardo.

Difficile arte però quella del poeta, e non da sfaccendato o da distratto in altre cure. E lo sapeva bene il Parini, il «divo Parini»! (Serm. II).

Quando sull'orme dell'immenso Flacco
Con italico piè correr volevi,
E dei potenti maledir l'orgoglio,
Divo Parin, fama è che spesso a l'ugne,
Al crin mentito ed a la calva nuca
Facessi oltraggio[10]. Indi è che, dopo cento
E cento lustri, il postero fanciullo,
Con balda cantilena, al pedagogo
Reciterà: Torna a fiorir la rosa.

E anche l'Alfieri lo sapeva, «primo signor de l'Italo coturno»! Ma ora, quanta e quale profluvie di «versi inetti», degna forma di «maldigesta dottrina»! Manca (mancava allora, s'intende!) il gusto della buona poesia; e invece tutti ne voglion giudicare: «o sii tu servo, O duro fabbro, o venda in su i quadrivi Castagne al volgo».

Che dirò dei teatri? . . . . .
Mentre Emon si spolmona e il crudo padre
Alto minaccia, e la viril sua fiamma
Ad Antigone svela, o con l'armata
Destra l'infame reggia e il ciclo accenna,
Odi sclamar dai palchi:—Oh duri versi!
Oh duro amante! Dal tuo fero labbro
Un ben mio! non s'ascolta. Oh quanto meglio
Megagle ad Aristea, Clelia ad Orazio!—

L'Alfieri è venuto in uggia per la sua austerità ed asprezza. Il dramma che ora piace è quello novissimo—di Francesco Albergati, di Camillo e Carlo Federici, di Giuseppe Foppa, di Giovanni de Gamerra, di Giuseppe Zanoia, di S. A. Sografi, di Giovan Gherardo de Rossi, di Giovanni Greppi, di F. A. Avelloni, di Andrea Willi—che mescola e confonde il riso colle lagrime: un mirabile mostro, il piè destro calzato di coturno, il sinistro di socco, e sul volto una maschera informe, atteggiata a un comico ghigno ma solcata da lagrime e da sangue.