«J’oubliais de vous dire encore de ne plus parler de ce petit avorton de lettre à M. Chauvet. Si une bonne occasion se présentait, vous me feriez bien plaisir de m’envoyer, à votre choix, ou la copie ou mon barbouillage, pour le communiquer à Visconti et à quelques autres amis».

E in principio di un’altra, che parrebbe scritta alla fine del febbraio di quell’anno, ripete ancora (pag. 323):

«Pour ma guerre avec M. Chauvet, n’y pensez plus absolument; il n’y a plus ni spectateurs, ni combattants, le champ de bataille même a presque disparu. Sérieusement, je vous prie de n’y plus songer».

Finalmente il Fauriel si fece vivo, e mandò all’amico una copia di quella sua scrittura, qua e là ritoccata, e con l’assicurazione che un giorno o l’altro, forse non molto lontano, sarebbe stata stampata. E il Manzoni, il 3 novembre 1821 (pag. 330):

«J’oubliais de vous remercier de la copie que vous avez bien voulu faire tirer et m’envoyer de la lettre à M. C..... A-t-elle paru? Et que va-t-elle devenir à la veille, et surtout dans le plein jour de la superbe session qui va s’ouvrir? Qui vaudra de la littérature à présent?... Ne m’oubliez pas auprès de Cousin».

Ma ripigliava subito, a buon conto, in un poscritto:

«J’ouvre le paquet pour réunir cette feuille à la première, puisqu’on me l’a rapporté, en disant qu’on me laissait encore quelques momens. Je ne sais que vous dire de votre persistance si amicale à vouloir préserver du déluge cette pauvre lettre a M. C..... Je vous remercie aussi de la pensée que vous avez eue de publier en français la lettre de Goethe. Ces choses-là ne devraient raisonnablement pas faire beaucoup de plaisir; mais quand elles en font, je crois qu’il vaut mieux l’avouer que de dissimuler la reconnaissance, pour feindre la modestie».

Certo, gli avvenimenti politici di quei giorni, in Francia, non erano tali da lasciar prevedere che molti avrebbero avuto la voglia e la calma di tener dietro a una discussione di critica letteraria! Il Ministero moderato, nuovamente ricomposto dopo la sciagurata elezione a deputato del pseudo-regicida abate Grégoire (settembre 1819) e dopo lo stolto attentato di cui cadde vittima il Duca di Berry (13 febbraio 1820), si preparava ad affrontare, in un disperato cimento, le Opposizioni riunite ai suoi danni. Era presieduto, per la seconda volta, dal Duca di Richelieu, gentiluomo di vecchia razza, impeccabile e insospettabile, che aveva per colleghi e collaboratori principali i due più illustri parlamentari della Restaurazione, il Conte De Serre, uno dei più formidabili oratori che abbia mai avuto la tribuna francese, e il «cancelliere» Pasquier, oramai inviso agli ultramonarchici per la politica liberale ch’ei seguiva nei riguardi dell’Italia. La Destra reazionaria, rafforzata dalle ultime elezioni—in grazia della nuova legge che la strenua difesa di Pasquier e di De Serre era riuscita a condurre, l’anno innanzi, in porto, tra lo scontento e le amarezze dei liberali dei due Centri, le invettive e le minacce della Sinistra (Lafayette, Manuel), e i tumulti della piazza,—era risoluta a buttarlo giù; e con essa cospirava, mancando alle sue promesse, l’insofferente Conte d’Artois. Gli antichi amici, i così detti «dottrinarii», che facevan capo al Royer-Collard, già professore alla Scuola Normale e direttore generale per la Pubblica Istruzione, a Camille Jordan, al duca Victor de Broglie (genero di mad.ᵐᵉ de Staël), a De Barante, al Guizot, ora nicchiavano, offesi appunto dalla malaugurata riforma della legge elettorale. Il vecchio re, Luigi XVIII, abbindolato dalle grazie seducenti della Contessa Du Cayla, l’Esther, come le piaceva chiamarsi, di quell’Assuero, non osava di mostrar più risolutamente le istintive sue simpatie pei suoi insigni ministri. A qual sorte, dunque, andava incontro quell’onesto Ministero, sbattuto tra le ambizioni irrompenti dei realisti arrabbiati e i risentimenti appassionati dei liberali, tra le pretese della Destra che avrebbe voluto «il re senza la carta» e quelle della Sinistra che avrebbe voluto «la carta senza il re»? L’apertura della nuova sessione era, quando il Manzoni scriveva, imminente, e la Destra con le armi al piede, impaziente di dar battaglia.

Victor Cousin, quegli appunto a cui il Manzoni voleva esser ricordato, ha narrato d’una scena, svoltasi proprio di quei giorni in casa sua. V’eran raccolti, col Royer-Collard, già maestro e predecessore del Cousin, parecchi degli amici del Centro, e discutevan della condotta da tenere alla Camera. Conveniva meglio lasciar in vita il ministero Richelieu-Pasquier-De Serre, ovvero sgomberare la strada a un ministero De Villèle-Corbière, di pura Destra? Meglio, si tendeva a concludere, attenersi a quest’ultimo partito: i reazionarii, con le loro esagerazioni, non avrebbero potuto rimanere in piedi nemmeno sei mesi, e i liberali avrebbero allora potuto prendere una rivincita sicura, e formare uno schietto ministero liberale, senza magagne e senza compromessi. Assisteva alla conversazione un esiliato piemontese, Santorre di Santa-Rosa, una delle vittime dell’ultima rivoluzione di Torino. Il quale, accorato, si permise di osservare al Cousin: «Il vostro dovere di buoni cittadini è di non combattere un ministero, ch’è l’ultima vostra risorsa contro la fazione nemica d’ogni progresso. Non è permesso di fare il male nella speranza del bene. Voi non siete punto sicuri di rovesciare più tardi Corbière e De Villèle, ma siete invece sicuri di far il male, permettendo che essi giungano al potere. S’io fossi deputato, farei ogni sforzo per ringagliardire il ministero Richelieu contro la Corte e la Destra». In cuor loro tutte quelle brave persone riconoscevan la ragionevolezza di codeste osservazioni, ma, nel fatto, preferirono una tattica che pareva abilissima.[1030] Solite illusioni dei galantuomini, quando, maldestri come sono alle male arti, sventuratamente si risolvono a prendere in prestito i metodi dei furbi senza scrupolo!