Quel che avvenne è notissimo.[60] Pioveva, e un pubblico insolito aspettava, la mattina del 20, sotto gli ombrelli,[61] i senatori che si recavano all’adunanza; e li accoglieva con fischi ed urli, se sospetti di amore per i Francesi, con evviva e battimani, se avversi. Carlo Verri ebbe una vera ovazione; ed egli medesimo raccontò d’aver visto Federico Confalonieri darne il segnale. Il conte Benigno Bossi, capitano della Guardia Civica e uno dei firmatarii della protesta, chiese all’intimorito Senato di rimandare i dragoni di servizio, e d’assumere egli la custodia della sala e del cortile. La folla tumultuava, e il Verri tentò di arringarla; ma invano. Essa cresceva di numero e di audacia. Non riuscendo a farsi ascoltare, chiamò a nome il Confalonieri, perchè esponesse i desiderii dell’assembramento. Fu risposto: Non vogliamo il vicerè; si convochino subito i Collegi Elettorali; si richiami la deputazione senatoriale!—Un urlo formidabile fece da coro: Abbasso il vicerè; abbasso il Senato; scioglietevi!—Il Confalonieri si strinse al fianco del Verri, per proteggerlo; e la turba irruppe furiosa e vandalica nell’aula. Un senatore scrisse, e il Presidente firmò, quest’ordine del giorno, che senatori e segretarii ricopiarono e gettaron tra la folla: «Il Senato richiama la deputazione, e convoca i Collegi Elettorali; la seduta è tolta».
Una voce sciagurata gridò: Alla casa del Prina! a San Fedele! —E quell’onda di popolo si rovesciò nella piazzetta avanti alla chiesa,—che il Manzoni da vecchio frequentava tutte le mattine,—e nei vicoletti che s’aprivano tra il palazzo Marino, allora Ministero delle Finanze (ora palazzo municipale), la bella casa del conte Sannazari (residenza del ministro) e quella degl’Imbonati (allora dei Blondel, ora Teatro Manzoni). Ciò che vi accadesse è stato narrato da molti, e variamente: anche dal Foscolo, con intenti apologetici; anche dal Maroncelli, con le abituali inesattezze, nelle Addizioni alle Mie Prigioni. Ma nessuno è forse valso a dare una fedele dipintura di quelle scene selvagge o grottesche, di quell’eccitazione suggestiva che invase alcuni e dell’inerte titubanza di chi avrebbe dovuto prevenire o impedire, meglio del Manzoni medesimo, là dove, nel Romanzo (capp. XII e XIII), narra della rivolta contro l’affamatore Vicario di provvisione. Questo «sventurato vicario» era, curioso a esser notato, un Melzi, Lodovico Melzo.[62] Ma in codesto malcapitato, che, mentre nella strada si urlava al tiranno e all’affamatore, «girava di stanza in stanza, pallido, senza fiato, battendo palma a palma, raccomandandosi a Dio, e a’ suoi servitori, che tenessero fermo, che trovassero la maniera di farlo scappare....; poi, come fuori di sé, stringendo i denti, e raggrinzando il viso, stendeva le braccia, e puntava i pugni, come se volesse tener ferma la porta....»,—non è presumibile il romanziere intendesse ritrarre l’austero e fin temerario Prina. Il quale, potendo, non si seppe risolvere a mettersi in salvo. Vero è che il Manzoni lancia poi un’arguzia, che potrebbe mirare a qualcuno degli storici che s’è mostrato troppo informato degli ultimi tragici momenti del povero ministro. «Del resto», egli soggiunge, «quel che facesse precisamente non si può sapere, giacchè era solo; e la storia è costretta a indovinare. Fortuna che c’è avvezza!».
La casa del Manzoni era non molto discosta dalla scena dove si svolgeva la sconcia tragedia: anzi il giardino confinava coi giardini di quelle case dove ancor semivivo fu spinto e nascosto il Prina da alcuni generosi. Questi non mancarono nemmeno nella sollevazione secentesca.
«Ne’ tumulti popolari c’è sempre un certo numero d’uomini che, o per riscaldamento di passione, o per una persuasione fanatica, o per un disegno scellerato, o per un maledetto gusto del soqquadro, fanno di tutto per ispinger le cose al peggio: propongono o promovono i più spietati consigli, soffian nel fuoco ogni volta che principia a illanguidire: non è mai troppo per costoro: non vorrebbero che il tumulto avesse nè fine nè misura. Ma per contrappeso, c’è sempre anche un certo numero d’altri uomini che, con pari ardore e con insistenza pari, s’adoprano per produr l’effetto contrario: taluni mossi da amicizia o da parzialità per le persone minacciate; altri senz’altro impulso che d’un pio e spontaneo orrore del sangue e de’ fatti atroci. Il cielo li benedica!...». (Promessi Sposi, c. XIII).
Ma nel caso del Prina, i generosi furon sopraffatti dagli altri, che, inferociti, minacciarono d’incendiar la casa, e vi ammucchiavano sotto già panche e fascine, se non si riconsegnasse loro la vittima. Dalla casa Manzoni si udivano quegli urli di iena. La signora Enrichetta scriveva, di lì a qualche mese, a una sua cugina:
«Voi avete senza dubbio inteso tutto ciò che accadde in Milano, e la trista e miseranda fine del disgraziato Prina. La vicinanza della casa nostra alla sua ci tenne per parecchie ore in una pena ed in un’angoscia terribile».
Quattro giorni dopo la sommossa, Alessandro medesimo ebbe occasione di scriverne al Fauriel. E pur accennando con rammarico a qualche deplorevole eccesso della folla, egli di quella rivolta unanime, saggia e pura, non si mostra punto disgustato; anzi ha il cuore pieno di speranza. Scrive (il 24 aprile):
«Mon cousin [il marchese Giacomo Beccaria] vous racontera la révolution qui s’est opérée chez nous. Elle a été unanime, et j’ose l’appeler sage et pure, quoiqu’elle ait été malheureusement souillée par un meurtre, car il est sûr que ceux qui ont fait la révolution (et c’est la plus grande et la meilleure partie de la ville) n’y ont point trempé: rien n’est plus éloigné de leur caractère. Ce sont des gens qui ont profité du mouvement populaire, pour le tourner contre un homme chargé de la haine publique, le ministre des finances, qu’ils out massacré, malgré les efforts que beaucoup de personnes ont fait pour le leur arracher».
E qui esce in una di quelle osservazioni, così spiritose e piene di senso storico, ond’è ingemmato il Romanzo.