La Guardia civica si segnalò per zelo ed abnegazione, e meritò gli elogi di tutti gli onesti d’ogni partito. Si mormorò invece circa il contegno sospetto dei comandanti delle poche milizie regolari rimaste in città. Qualcuno riferisce che una Compagnia «stazionò, tutto il tempo che durò lo strazio del Prina, sulla piazzetta del teatro de’ Filodrammatici..., nè mai fu chiamata a difesa della vittima del furore della bordaglia, come quella milizia avrebbe desiderato».[66] Se così è, il Manzoni potrebbe aver avuto l’occhio appunto ad essa, quando descrive quel drappello di soldati spagnuoli che, rimasti titubanti ed inerti durante il fermento della rivolta, vennero poi incontro a Ferrer come «il soccorso di Pisa», e al cui ufiziale questi «disse, accompagnando le parole con un cenno della destra: beso a usted las manos; parole che l’ufiziale intese per quel che volevano dir realmente, cioè: m’avete dato un bell’aiuto!».
[60] Cfr. Cusani, Storia di Milano; Milano, 1873, vol. VII.—Bonfadini, Sulla fine del primo Regno d’Italia, nell’«Archivio Storico Lombardo», a. VIII, f. 2, giugno 1881.—De Castro, La caduta del Regno italico; Milano, 1882.—Von Helfert, La caduta della dominazione francese nell’Alta Italia; traduz. di L. G. Cusani-Confalonieri; Bologna, 1894.—Lemmi, La restaurazione austriaca a Milano nel 1814; Bologna, 1902.—Marchesi, Il podestà di Milano conte Antonio Durini, nell’«Archivio Storico Lombardo», a. XXX, 1903, vol. 20.º—Chiattone, Nuovi documenti su F. Confalonieri, ibid., a. XXXIII, 1906, vol. 5.º
[61] Onde poi il titolo del libello anonimo, che si vuole attribuire al Méjean, Le roi Pino à la bataille des parapluies.
[62] Chi sa mai se qualche lineamento del Duca di Lodi il Manzoni non abbia ritratto nel «gran cancelliere Antonio Ferrer»: il quale pure, a ragione o a torto, «era gradito alla moltitudine»!
[63] Cfr. Fabris, Memorie Manzoniane; Milano, 1901, pag. 42-3, 99-100. Dove è erroneamente asserito che, durante i cento giorni, il Manzoni si trovasse a Parigi.
[64] Desumo queste notizie circa il Custodi e i suoi appunti, dal prezioso volumetto di Lucien Auvray, La Collection Custodi à la Bibliotheque Nationale; Bordeaux-Paris, 1906, pag. 114-15, 118-21, 128-29.
XIV.
Milano rimaneva senza governo: il vicerè lontano e dimissionario, il Consiglio dei Ministri annullato, oltre che per la morte del Prina, per la fuga del Vaccari e del Fontanelli; il Senato disciolto. Una dittatura militare non era possibile, per la scarsezza delle milizie. La notte dello stesso giorno 20, il podestà Durini trovò in sé l’energia di convocare il Consiglio Comunale; il quale decise la convocazione, pel 22, dei Collegi Elettorali e la nomina immediata d’una Reggenza Provvisoria. Tra i sette reggenti, nessuno apparteneva agl’Italici, e solo uno non era sospettabile di soverchio zelo per l’Austria, Carlo Verri; e questi fu, per prudenza o ipocrisia politica, scelto a presidente. Al general Pino, però, fu affidato il comando delle forze militari.
La Reggenza provvide a ristabilire l’ordine pubblico, ad alleggerire le tasse più odiose, ad abolire quelle leggi che peggio avevano irritati gli animi. E proclamò, su per le cantonate, ai buoni Milanesi: «Collo spirito di quiete che va felicemente a ristabilirsi, voi potrete darvi quel governo che desiderate, giacchè la vostra libera volontà sarà manifestata ai Collegi Elettorali». Questi s’adunarono il giorno fissato, il 22, a mezzogiorno, nel palazzo di Brera. Il consigliere di Stato Lodovico Giovio fu delegato a presiederli; e ne inaugurò i lavori con un elaborato ed enfatico discorso. Accennò all’abdicazione provvidenziale ed insperata di «quell’uomo che tutta avea riempiuta l’Europa di temuta meravigliosa rinomanza», e alle speranze riposte, ohimè, nelle «gesta magnanime delle Alte Potenze Alleate» e nei «principii sociali che i lumi del secolo hanno resi necessarii pel governo delle nazioni incivilite»; ed augurò che «anche la nostra Italia, pesta e sfigurata da replicati oltraggi, possa brillare sull’orizzonte dell’Europa». Continuava:
«La fermezza del carattere, la costanza nelle sciagure, la prudenza nei consigli, la rettitudine nelle amministrazioni, sono i caratteri indelebili dell’Italia, che, dopo essere stata la dominatrice del mondo, fu miseramente oppressa. Risorga essa alfine per la generosa gara delle Potenze Alleate, e si assicuri la felicità dei popoli. A così bello intento domandino i Collegi Elettorali istituzioni politiche liberali, un capo indipendente, che nuovo, non conosciuto da noi, diventi italiano, e che accolga i nostri voti e le nostre benedizioni. Assicurato della nostra lealtà, regni su cuori sensibili, generosi e fedeli, e ne faccia dimenticare la recente dominazione. La storia, maestra di tutte le cose, ci ha infallantemente provato che i regni cominciati coll’inganno finirono nei fondatori o nei figli, con vitupero e danno. Una crisi violenta è scoppiata; terribile ne fu la catastrofe, spaventoso e terribile l’esempio; ma che ne accerta come gli uomini più con l’amore che con la forza si governino».