Nel gran popol che fea

Prostrare i re col senno e col valore,

Poi l’universo col suo fren reggea....

Ma l’eroe gridato «liberatore»; il quale ai Milanesi aveva promesso: «Si l’Autriche revient à la charge, je ne vous abandonnerai pas!», e aveva soggiunto, con l’enfasi propria del tempo, «Un jour peut-être vous tomberez, mais alors je ne serai plus là, et d’ailleurs Sparte et Athènes aussi ont succombé après s’être inscrites dans les fastes du monde!»; di lì a poco aveva patteggiata Venezia

Come fanno i corsar dell’altre schiave.

Onde i disperati sconforti di Jacopo Ortis. Il quale, tra imprecazioni che ricordano il Misogallo, ha pur una frase che richiama l’idea intorno a cui s’impernia il primo Coro dell’Adelchi[80]. «Moltissimi de’ nostri presumono che la libertà si possa comperare a danaro», scrive nella lettera del 17 marzo dell’anno I, «presumono che le nazioni straniere vengano per amore dell’equità a trucidarsi scambievolmente su’ nostri campi onde liberare l’Italia». Strana e assurda presunzione!

E il premio sperato, promesso a quei forti,

Sarebbe, o delusi, rivolger le sorti,

D’un volgo straniero por fine al dolor?...

«Ma i Francesi», ripiglia l’Ortis, «che hanno fatto parere esecrabile la divina teoria della pubblica libertà, faranno da Timoleoni in pro nostro? Moltissimi intanto si fidano del giovine eroe nato di sangue italiano, nato dove si parla il nostro idioma. Io da un animo basso e crudele non m’aspetterò mai cosa utile ed alta per noi. Che importa ch’abbia il vigore e il fremito del leone, se ha la mente volpina, e se ne compiace?...».