E la marchesa torcendosi tentò di sottrarsi alla mano adunca e imperiosa: ma il cassone che aveva dietro glielo impedì.
— Villano! Lasciatemi o grido.
— Gridate a piacere vostro, piccina! Potete star certa che nessuno aprirà quella porta.
Fiorina sentì gli occhi pieni di lagrime, forse lagrime di rabbia, ma lagrime. Ed implorò quasi:
— Lasciatemi.... mi fate male!
Forse ogni altra parola, anche violenta, anzi meglio violenta, avrebbe allontanato dalla donna il giovane generale, che non s'era mosso che per ragioni d'interesse bellico. Ma l'animo tenebroso del Bonaparte chiudeva istinti quasi sadici e subiva eccitamenti improvvisi che dovevano essere sodisfatti subito per non farlo dolorare come per insostenibile tortura.
L'implorazione femminile lo richiamò all'idea della donna e la donna gli mise nel sangue altri pensieri che non erano i politici. E quindi invece di lasciarla, più fortemente la brancicò: sopra la spalla nuda, la mano adunca si chiuse come un artiglio: con l'altra mano la cinse alla cintura e s'inchinò sopra il volto spaventato avvicinando la bocca alla piccola e fresca bocca che pareva socchiusa dal singhiozzo.
In quel pericoloso momento l'altro spirito indomito che si dibatteva in contrasto al maschile, ridiventò padrone di se stesso: il corpo della donna s'irrigidì, si torse, le mani libere sfiorarono il muro che avevano d'accanto: l'una trovò i fiocchi della sciabola di Junot che era appesa alla parete, per istinto salì all'elsa. Ed era sciabola di buon soldato facile ad uscir dal fodero e ne uscì.
Fu librata nell'aria e ricadde sul capo del Bonaparte.
Fortunatamente per i destini del futuro imperatore la mano era debole e per calare un fendente occorre un braccio nervoso e cinque dita sicure nell'elsa. La sciabola cadde a piattonata ma il colpo bastò a stordire l'uomo che ricadde all'indietro sui tappeti del lettuccio e vi restò senza fiato, immobile.