Un gorgoglio rauco saliva dalla bocca dell'abbattuto fino alla marchesa spaventata e senza fiato, gli occhi sbarrati e nell'anima il vago timore di una catastrofe.

Il quadro avrebbe sedotto più d'un famoso pennello: il giovane generale a metà sdraiato sul lettuccio, i capegli all'indietro e le mani contratte, fasciato della sciarpa tricolore, in iscorcio, duro il mento volontario, divaricate le gambe sottili: dall'altro lato la donna un po' curva, sciolta dalla coperta di damasco e difesa quindi dalla sola camicia corta e sottile, la sciabola pesante con la punta a terra, il volto contratto, la capigliatura intorno al corpo, nel biblico e leggendario costume d'Eva pittoresca, ma anelante, la bocca aperta, gli occhi gonfi di paura: il quadro avrebbe certo meritato, almeno quale documento storico, una matita fedele e geniale.

Rimasero lunghi istanti così, nell'immobilità della stanchezza e dello stordimento, finchè il Bonaparte non si rialzò con uno sforzo, puntando le mani sotto le reni. E la donna pure si raddrizzò, rialzando la coperta damascata e fasciandovisi. Poi coraggiosamente impugnò la sciabola a due mani e gridò:

— Se vi avvicinate vi ferisco!

Ma l'altro, subito, non la guardò nemmeno. Si ravviò i capegli, si riaggiustò gli alti stivali e la sciarpa e lo sparato. Poi s'avviò alla porta, di là si volse. Aveva una faccia grifagna e macchiata di tracce sanguigne, la bocca torcentesi in un rictus sinistro. L'immagine d'un uccello di rapina frustato nella furibonda calata sulla preda. Con uno strappo aprì la porta e se la richiuse dietro con violenza.

XXXI.

L'aria fredda notturna gli fece bene. Avidamente la bevve.

Poi mosse il primo passo.

E allora Marmont si fece innanzi impassibile e mormorò:

— L'altra dama è nella stanza di Murat.