Ed il Lercari s'allontanò velocemente.
Rimasto solo Filippo Balbi tese l'orecchio sporgendosi dal ricovero. Udì il rumore secco e distinto del rozzo chiavistello che cedeva e il cigolare gemente della porta che s'apriva. Entro la stanza c'era una lucerna accesa: ne apparve uno sbiadito rettangolo sul terreno e quella fioca luce fu subito invasa da un corpo che però non l'occupava tutta.
— Dio! — mormorò Filippo fra sè.
La porta fu richiusa. L'ombra era entrata o no?
Il Balbi non istette in forse, ma si lanciò fuori dalla tettoia e in due passi fu all'uscio. Era chiuso. Allora accostò l'orecchio alla toppa.
Il cuore gli batteva così che subito non concepì alcun rumore anche leggiero: ma poi gli parve d'udire uno strisciar felpato di passi. E quindi il silenzio. Ed il silenzio durò a lungo. Che faceva colui nell'interno dinanzi alla fanciulla che giaceva nel sonno casto e verginale? Esitava? Si pentiva? Sarebbe tornato? Od era in preda al torbido fuoco del desiderio impuro e pur tuttavia si tratteneva come dinanzi a cosa sacra?
Il silenzio durò a lungo. E il cuore batteva al giovane ufficiale fino a spezzarglisi in petto, gli batteva sordamente e dolorosamente sì, ma più d'attesa che d'orrore. Con l'orecchia incollata alla toppa, le mani aggrinzate sul petto a comprimersi il sobbalzar doloroso, attendeva.
Attese a lungo. Finalmente un grido sùbito soffocato echeggiò nella stanza terrena, poi giunse l'eco d'una breve lotta, poi delle implorazioni femminili;
— Pietà.... padre.... Filip.....
L'udire il proprio nome sussurrato in aiuto fece sul giovane ufficiale l'effetto d'una guanciata. Ma non si mosse. Di dentro la sorda lotta continuò, poi un grido lacerante, poi un lamento gorgogliato come di bimbo che piangesse in silenzio, poi nulla più.