— Su quelli avevo dato ordine del fuoco! Il comandante di quei banditi, quel nero laggiù vestito di velluto, è il fuoruscito Emanuele Embriaco, su cui pesa una taglia della Serenissima Repubblica di Genova!
L'Embriaco aveva assistito in silenzio al dialogo fra l'amazzone e il vecchio soldato: la naturale configurazione del terreno l'aveva per di più tenuto nascosto alla cavalcata ultima venuta, e la cui signora egli aveva udita chiamare Marchesa. Pensò giustamente che doveva essere la marchesa Isabella di Spigno, contessa Lascaris, madre del conte attuale a cui apparteneva il turrito castello che vedeva pompeggiare nell'azzurro chiaro del giorno morente sopra un culmine di collina a dominare la vecchia città, l'antica strada romana ed il declivio ripido al mare tra i faggi i pini e gli olivi.
L'avventuriero misurò d'un tratto geniale quanto fosse precaria la posizione in cui si trovava: fuoruscito perseguitato, bandito dalla potente Repubblica, tra una città nemica posta sotto la protezione della Repubblica stessa ed un vecchio soldato di quel governo che egli aveva tentato invano di rovesciare, con pochi soldati, riconosciuto oramai, posto quasi nell'impossibilità di combattere, assolutamente di indietreggiare: a quale partito più scaltro appigliarsi dunque se non a cercare una salvaguardia in quella signora altera e sprezzante che la benigna fortuna aveva posta sulla sua strada? Per il che, fatto cenno ai suoi di non seguirlo, s'avanzò verso la dama che lo guardava stupita e, salutandola con la cortigianeria di chi è uso ad una società che non doveva esser la stessa del Borzone, fatto tre volte sventolare l'ampio cappello, e toccate della piuma nera l'aria e la strada, piegando il ginocchio così s'espresse, con voce ferma e dolce, senza tremiti nè timori, guardando con occhi pieni di una lieta meraviglia e d'una grande confidenza la cavalcatrice:
— Eccellenza, illustre e bella marchesa di Spigno, contessa Lascaris di Tenda, permettete ch'io deponga ai vostri piedi l'omaggio mio personale....
Ed alzandosi poi alteramente:
— .... e che vi dia novella del fratel vostro mio benamato caro ed illustre signore, il Marchese Ibleto di Spigno, che mi manda messaggero, umile per una causa grande, ma fedele per meritarmi la sua benevolenza, al figlio vostro, il glorioso conte Luca Lascaris di Tenda, che Nostra Signora del Rimedio conservi lunghi anni per l'onore della nobiltà di Liguria e l'esempio a quella di tutto il mondo.
S'inginocchiò di nuovo.
— Ho detto. Voglia ora l'Eccellenza Vostra darmi con benigna condiscendenza facoltà d'alzarmi e permettermi, giunti al castello dei Lascaris, che il discendente d'un patrizio genovese possa, o bella signora, vantarsi di avervi retta la staffa.
Il Borzone, per quanto rude ignorante e duro soldato, si accorse che tutto il brillante parlare dell'avventuriero ad altro non mirava che a togliersi dal passo pericoloso in cui si trovava, onde, senza altro, avanzandosi fin presso all'Embriaco, stizzosamente borbottò:
— Che mi va cianciando costui? Ho dalla Serenissima l'ordine di arrestarlo! Dunque si leghi! Olà!