Ma la Marchesa, fiammeggiando ira dagli occhi, spinse il cavallo fra i due.
— Signor Comandante, avete giurata quest'oggi la mia dannazione? Per Nostra Signora del Miracolo, volete voi questa notte, pendere a capo all'ingiù dai merli della vostra bicocca? Quando mio figlio saprà in qual modo accogliete gli ambasciatori che i suoi congiunti gli mandano, giuro per la salvezza dell'anima mia, che non vorrei trovarmi neppur vostra vicina!
E come il Borzone aveva fatto il gesto d'afferrare il freno del cavallo, alzò lo scudiscio.
— Olà signore, voi mi diventate pazzo? Vi ho concesso l'onore di conversar con voi e da villano ne abusate di già? V'ordino allora di lasciar libera la strada al mio seguito: mi piace di tornar al castello.
— Ma è l'Embriaco! È un bandito! — mormorava ruggendo Nicola Borzone, mordendosi fino al sangue il labbro inferiore.
— Fosse l'ultimo dei ribaldi, viene a me sotto il nome di mio fratello. Sgombrate!
E tratte le redini si volse, incamminandosi per l'erta, seguita dall'Embriaco, discreto nella vittoria, e dai soldati del Ricciuto e dai bravi di Bracciodiferro.
Nicola Borzone immobile sotto l'archivolta, vide il seguito numeroso campeggiare sullo sfondo azzurro chiaro del tramonto sereno, poi, seguendo la strada romana, che serpeggiava di vetta in vetta tra le colline, dirigersi verso il castello dei Lascaris che si stagliava cupamente illuminato da un sinistro bagliore di croco nello sfondo sotto l'egida possente del feudale gonfalone.
III.
La cavalcata giunse al castello dei Lascaris nell'assenza del conte Luca, uscito per la caccia.