— Ho detto, Luca!
Tre inchini rispettosi furono la risposta. La marchesa Isabella sedette nel vano della finestra in fondo alla sala, e pallido e tremante le si rannicchiò vicino l'abate, il quale non isperò più di potersi allontanare. S'inginocchiò, il viso al muro, la faccia nelle mani, mormorando con la voce rotta:
— Mio Dio! Mio Dio! Buon signor Gesù!
Dinanzi ai due fu dal Lascaris e dall'Altariva trascinata la grande tavola del centro e disposta in modo da far barriera: poi la sala fu sgombrata dagli scranni e i due nobili signori assumendo senza invito, con necessaria semplicità, l'incarico di testimoni, misurarono l'impiantito e si degnarono d'accendere i doppieri che guarnivano le mura all'intorno.
L'ampio vano apparve così sfavillante di luce e soltanto avvolto in semioscurità restò il fondo ove i due spettatori, l'una rigida e imponente, l'altro umile e raggomitolato, assunsero l'apparenza di figure immobili ed indecise di cera.
— Le vostre spade, signori! — chiese Luca Lascaris.
Ciascuno degli avversari tese l'arme propria. La precauzione era di prammatica, ma inutile, chè tutte le spade in uso fra la gente di corte e di guerra erano della stessa misura. Differenziavano però nella larghezza della lama: più sottile quella di Emanuele Embriaco, più piatta quella del Nervia. Camillo Altariva fece l'osservazione e il conte Luca, sguainata la propria la confrontò con quella dell'avventuriero. Parevano gemelle. Mentre però si voltava per porgerla al Nervia, l'Embriaco intervenne:
— L'insulto maggiore che un gentiluomo possa subire, dopo quello all'onore, è di vedersi privato dalla propria spada in leale combattimento. Ve ne prego, adunque, conte Lascaris: lasciate al signor duca la spada. Troppo mi dorrebbe d'un vantaggio anche leggero....
Finì sorridendo.
— .... e troppo mi dorrebbe se dovessi cadere per l'arme vostra, conte, nel vostro castello.