— Gli altri? quali altri?

— Coloro che ci seguono e combattono per noi.

Qui Almerico di Nervia parve cascar dalle nuvole.

— I miei vassalli? Ma devo forse interpellar le pietre del mio castello se mi piace di farlo crollar su di me?

Nè il Lascaris, nè l'Altariva replicarono.

L'indomani, alto già il mattino, due cavalieri con la sola scorta d'un servo uscirono dal castello dei Lascaris e fiancheggiando il vecchio edificio seguirono la strada romana avviandosi verso il campo francese nel dislivello delle colline.

La primavera imperava dal mare ai monti: il cielo sgombro e puro, l'aria chiara, l'orizzonte distanziato a perdita d'occhio. Ma l'allegria della natura si limitava al cielo e al mare: pareva che la terra non partecipasse al gaudio comune. Campi e maggesi per i declivi delle colline apparivano spogli e abbandonati, gli alberi troppo ramati per la mancata potatura, l'erbaccia lussureggiante che allignava dovunque, i termini, le siepi, le barriere sfondate, slabbrati i canali irrigatoi, le cisterne e le peschiere ingombre di rifiuti e di melma, i pagliai spettrali, vuote le rimesse, aperte le stalle; si andava nella desolazione. Parea che la terra madre aprisse le braccia alla crocifissione.

— Ecco l'effetto della guerra! — esclamò Ibleto fermando la cavalcatura sul margine più alto della strada.

Ed accennò in alto e in basso il quadro disastroso.

— Guardate laggiù, nobile signore!