— Gian Giacomo sottoscriverebbe la vostra teoria?

— È forse errata?

— E lo chiedete a me?

— Non lo chiedo: la credo giusta, e me lo auguro e lo spero. Voi che uscite da una tutela ne subite un'altra peggiore oggi. E badate, non difendo i miei pari, chè non ne ho: difendo la verità, poichè riduco tutto alla sua ragion vera d'essere! Il popolo è fanciullo: ama cambiar di trastulli, ama rompere i trastulli con i quali si è divertito, o che ha ammirato: il popolo non ama la libertà, ma la sicurezza, il pane ed i giochi del circo. La libertà? Ma si può morire per una donna o per una memoria, o per una bella frase, ma sempre alla condizione d'essere ebbri.

S'era acceso parlando. Parve, non pentirsi delle sue parole, ma crederle superflue, chè mosse un passo verso il generale repubblicano e gli chiese a bruciapelo:

— Siete voi come io vi penso? Siete un padrone?

— Che intendete?

— Intendo questo: se è vostra intenzione, se è scopo vostro chiudere nella vostra mano le fedi tarlate e i cervelli codardi e asservirli a voi per il bene di tutti. Io che vi parlo, e che sono fra gli uomini più intelligenti e sicuro di me in apparenza, io sono, come tutti sono, dall'umil servo della gleba alla testa coronata: cerco un padrone che pensi per me, che risolva per me, che giochi anche per me. Tenetevi la vostra vana libertà, brandello di cencio, e datemi invece un padrone!

— Un padrone?!

S'era lanciato ma si riprese: