— Datemi la mano, signor d'Altariva. Forse un giorno verrà ch'io vi ricordi le vostre parole.
Spinse d'un colpo la porta, quasi per sottrarsi ad un pericolo o ad una paura:
— Murat!
L'aiutante apparve.
— Il signor d'Altariva sia munito di salvacondotto, per sè e per coloro di cui darà i nomi.
Una stretta di mano ed una parola tanto a bassa voce, pronunciata, che non si sarebbe potuto dire chi l'aveva emessa:
— Grazie.
XXXVII.
Nella stanza non ampia, addobbata a salotto rococò in cui stonavano delle poltrone recenti venute di Francia sotto dei grandi mobili secenteschi, la damigella Chiarina moriva.
Immobile, chiusi gli occhi, giaceva nel letto verginale, affondata nei guanciali, nimbata dai capegli biondi e parea che non respirasse nemmeno. Accanto al letto Gilda, muta e in lagrime, sventolava un pannolino sul viso della malata. Nel vano della finestra, chiuso, il cofano del corredo.