“Les Francs — Taupins — Histoire du temps de Charles VII, 1440, par P. L. Jacob Bibliophile, membre de toutes les Académies”.

L'edizione era del Meline di Bruxelles, formato piccolo, ornata sulle due copertine d'una vignetta rappresentante un beffroi. Se ne trovano ancora di tali volumi qualche volta: apparvero in lunga serie e compresero tutto il movimento romantico dopo il Renduel e il Gosselin: caratteri precisi, nel gusto gotico, curati fino allo scrupolo: chi sa che magnifici principeschi correttori di bozze in quel tempo!

Il bibliofilo Jacob — al secolo P. L. Lacroix — fu in quel fiorire del romanticismo un paziente studioso, intabarrato d'artista: l'opera sua non ha il valore della Cronaca di Carlo IX, o di Cinq-Mars, di Nostra Signora di Parigi e nemmeno di Isabella di Baviera. Ma come fedeltà pittoresca le sorpassa ancora, forse. Preso a modello Walter Scott, si diè cura di ambientare e di arredare i suoi racconti (probabilmente il Manzoni nel creare la sua teoria lo ricordò spesso) con una precisione di particolari (come fra noi, cinquant'anni dopo, l'ingiustamente dimenticato Edoardo Calandra) che raggiungevano la meticolosità. Oggi ad esempio cambia ad ogni stagione la moda: in allora — prendiamo il 1440 — mutava secondo il capriccio di un principe o di una gran dama che possedesse qualche pizzico di fantasia; e non la moda soltanto delle vesti, ma delle armi, dell'else, e delle iscrizioni sulle lame, dei gioielli, de' bei modi di società, di quanto insomma aveva attinenza alla persona. Forse un gentiluomo campagnolo poteva nel 1446 portare pugnale con impugnatura borchiata ad aspra invenzione d'orafo peregrino del 1435: non era ammissibile che un cortigiano la ostentasse. Descrivere in modo sommario un abbigliamento, una corazza, un giustacuore ricamato, l'equipaggiamento di una cavalcatura non era permesso: la fedeltà storica e l'amore del pittoresco non lo permettevano. Vediamo a prova, fra noi, come Tomaso Grossi fa parlare un armaiuolo, e come il dottor Carlo Varese descrive un cavaliere italiano errante al tempo di Marignano. Ma io vi parlavo dei Francs-Taupins e del Bibliofilo Jacob: orbene credete che non me ne allontano.

Spolverato il volume l'aprii, ed ecco a inchiodarmi curioso una prefazione: L'histoire et le roman historique. Naturalmente l'autore parla di Walter Scott: ed è naturale. Al principio del secolo scorso il grande romanziere scozzese ha esercitato un'enorme influenza nella letteratura europea e nord-americana. Si può dire che l'ha dominata. E dichiariamolo subito: influenza benefica, salvataggio, rinnovazione, resurrezione: Walter Scott, fu, si può dire, il Cristo della letteratura.

La dominazione d'un'idea in un'epoca non è mai duplice: quando prevale la politica decade la letteraria. Napoleone è l'esempio tipico. Rotto l'impero della forza fisica ecco risorgere quello della forza intellettuale.

La Francia non è mai rifiorita letterariamente come dopo una disfatta: ad esempio dopo il '70. Ed a maggior ragione vinto l'impero e distrutto, fiorisce il romanticismo che fu, si può dire, la salvezza della letteratura non soltanto francese. Walter Scott dominò così da capitanare discepoli come Balzac (se ne vanta lo stesso autore degli Chouans: vedi Illusioni Perdute) come Hugo, come Dumas, come Merimée, come il Barante, lo storico dei duchi di Borgogna, e come il nostro bibliofilo Jacob, astro minore artisticamente, stella di prima grandezza come coscienza d'antiquario, e fedeltà di particolari cronologici. Influenza benefica ripeto, poichè il romanziere, che prendeva a maestro lo scozzese, imparava due grandi verità che ogni scrittore, il quale pretenda raccontare, dovrebbe avere impresse dinanzi agli occhi: la coscienza dei particolari, l'ausilio della fantasia.

Ed eccoci all'Assente.

Parlo della Fantasia.

La miseria letteraria d'oggigiorno, e l'Italia in fatto di miseria letteraria non ischerza, è dovuta all'Assente, a Madonna Fantasia, la decima musa, che s'è chiusa nella torre d'avorio, sdegnosamente, regale fuoruscita, e senza la quale purtroppo, non c'è salvezza! Oggi non si sa più raccontare.

Il male francese del naturalismo ha tutto infestato. L'esempio deleterio di Emilio Zola ha tutto inquinato. Si bandì la crociata contro la fantasia. Il romanziere non ha che da guardarsi intorno, e descrivere quello che vede. È un escursionista munito di Kodak. Non si costruisce più il romanzo, basta incominciarlo, introdurre due o tre personaggi, farli parlare e qualche volta muovere, infilzare cronaca spicciola su cronaca spicciola, sommariamente, e qualche volta sbadigliare sopra una teoria politica o sociale malamente digerita o annusata su qualche articolo di fondo.