— Voi, sicuro, voi! Come va che vi è passato per la bocca, sotto l'archivolto del forte, senza che almeno gli abbiate scaricato addosso la vostra ferraglia? E voi lo conoscevate di persona, voi?!
Dopo qualche momento di bocca spalancata dalla stordita meraviglia, il Borzone potè finalmente difendersi.
— La contessa Lascaris, magnifico!
— Che c'entra adesso la contessa Lascaris?
Con un po' di garbuglio, con idee non troppo chiare e qualche circonvoluzione, Betto Grimaldi fu dal Borzone messo al corrente dell'accaduto. Vide subito il senatore genovese una sua propria scusante nella ribellione della contessa Lascaris: e d'altra parte teneva tante lettere pressanti ricevute da Genova e istruzioni di cercare ogni mezzo per attrarre nell'orbita della politica genovese il Lascaris, tante volte gli era stato ingiunto di non guastarsi con i signori del Castello ad ogni costo, che forse, pensava, la scusa era bella e trovata. Ciò non ostante bisognava correre al riparo.
— Siete voi certo, Borzone, che l'Embriaco sia ospite dei Lascaris?
— Lo suppongo, magnifico signore.
— Ebbene, andate a chiederlo in consegna a mio nome.
Nel mentre il vecchio Senza-dio si recava al castello dei Lascaris con quel costrutto che conosciamo, Betto Grimaldi rifletteva, come poche volte, ai casi suoi. Non erano tempi da riflettere quelli: la vita non correva: annaspava. Non i due partiti che impongono la decisione, ma i molti, i troppi che fan vivere tentennanti e all'erta. Genova seguiva una politica la quale per voler essere troppo furba, finiva per diventare inabile: tentennamenti verso la Francia, tentennamenti verso il Re di Piemonte e l'Austria, adattamenti col partito della tradizione che, per agire in qualche modo come faceva, diventava sempre più simpatico al popolino pronto in ogni momento a seguire chi si muove ed urla di più.
Il Re di Piemonte pur non confessandolo nemmeno a se stesso, faceva quasi l'istessa politica di Genova: sottomesso all'Austria, sì, ma volentieri patteggiante con la Francia, benchè in opera si mostrasse tutto all'opposto. In verità non si sapeva, nè si intuiva che strada prendere: le armate repubblicane s'erano fatte rispettare e temere. Già vittoriose, respinta l'invasione legittimista e tedesca, lasciavano trasparire il desiderio di portar la guerra fuori dei confini, sia per offendere, il che è più pratico che difendersi, ed anche, e specialmente, per far bottino e livellare così l'esausto bilancio della repubblica. Fortunatamente per gli offesi la disciplina del giovane esercito repubblicano era più scarsa ancora dei mezzi di cui disponeva, e quindi facile o almeno possibile il cercar d'opporsi alla invasione o meglio agli sconfinamenti di bande avide e senza disegno fisso. Le soldatesche della Serenissima e le truppe regolari del Re di Piemonte e dell'Austria fino al giorno del nostro racconto erano sempre riuscite ad impedire assalti e parziali invasioni: mancava alla repubblica un braccio ed un cervello uniti in un sol uomo, ciò che non erano Massena, Kellermann od uno qualunque dei generali francesi.