— Dove siamo, Seborga? Sul burrone?

— Sì, monsignore! Tenetevi a sinistra!

Un altro lampo: e al breve lume l'avventuriero scorse alla sua destra un precipizio scosceso e roccioso come fauci spalancate ad inghiottire. Allora frenò impercettibilmente il cavallo, così da permettere allo scudiero che lo seguiva di mettersi al suo passo. Come lo avvertì aderente alla gamba destra libera dalla staffa, l'inarcò, la sferrò, e d'un calcio possente lanciò il vecchio che non stava sulle sue e che non ebbe il tempo d'un urlo, nell'abisso.

XV.

La notte nera e tempestosa a poco a poco nello schiarir dell'alba s'acquetava quando un primo strappo nella cortina plumbea s'appalesò verso l'alta valle del Nervia. Un cane lupo tutto nero, dagli occhi di brage abbaiò furiosamente da un greppo spianato su cui sorgeva una capanna da pecoraio in maggese, muro a secco e tetto di paglia. In quel primo livido incerto apparir del giorno, quel cane avventato sul ciglio del greppo, le orecchie e la coda inarcate, il pelo arruffato, aperte le fauci e le pupille sinistre, parea l'unica viva cosa del creato, l'unico ribelle.

— Nerone! Che c'è, Nerone?

Il cane scuotendo la coda raddoppiò il furore.

— Nerone!

La voce che chiamava il cane era evidentemente una voce di donna: veniva dalla capanna nuda al cui stipite dell'imposta era addossata la sentinella, un soldato regolare piemontese, la doppia tracolla allentata, il fucile fra le gambe, il capo coperto dal berretto a punte e le ghette color cioccolata. Probabilmente la guardia s'era addormentata, nè l'abbaiar del cane nè la voce femminile erano abbastanza forti per destarlo.

— Nerone!