— Non posso dire altrettanto, Ibleto. Quell'uomo mi è perfettamente sconosciuto.

In quella ecco la cavalcata salir l'erta del ciglione e presentarsi dinanzi all'accampamento. Il cavaliere che la precedeva, senza attendere che qualcuno gli reggesse la staffa, balzò di sella e venne precipitosamente a piegare il ginocchio davanti alla marchesa, radendo il suolo col feltro.

— Ecco, a malgrado le brume, il sole è già sorto per me, chè i miei occhi vedono la bellissima signora Marchesa Fiorina di Spigno e si rasserenano poi nel contemplar la saggezza fatta persona, l'eccellentissimo e nobilissimo signor marchese Ibleto di Spigno!

— Per la natura maestra di tutti noi! Ma è l'Embriaco, quella buona lana di Emanuele Embriaco! In fede mia, Embriaco, mi par di leggere un capitolo del Gran Ciro o dell'Astrea o un romanzo del signor De Foe, tanto mi stupisco!

La marchesa di Spigno aggrottava le sopracciglia in segno di contenuto dispetto: aveva sperato fino a quel punto, complice la semi-oscurità della mattina, che fosse un altro il cavalier dell'incontro. E lo sapeva quest'altro che Fiorina si trovava per istrada collo specioso pretesto della politica, ma in verità per arrendersi all'ardore di certe lettere insensate e pazze.

«Fiorina, anima mia, — diceva qualcuna di quelle lettere, — pietà di me che non vivo più, che ti sogno anche ad occhi aperti, che ti desidero come un assetato, non vivendo che per te, macerandomi nell'impossibilità di correre a te come tutto il mio essere pretende. Fiorina, anima mia, come non senti la mia passione e poichè l'amor mio qui m'incatena, perchè non ti muovi alla mia volta, crudelissima cara, tiranna dolce di colui che una volta si chiamava....»

E qualcun'altra:

«Il mio dovere lo so è oggi più forte dell'amor mio. Ma domani, ma domani, Fiorina? Per carità, vieni! Tu che mi fosti accesa amante, siimi da lontano amica, per tramutarti poi quando le mie braccia ti stringeranno al mio seno, come si tramutavano le Dee quando accorrevano ai mortali che le adoravano in sogno».

E un'altra ancora:

«Questa notte mi sono apparsi gli avi miei, dal prode che si oppose a Magone Cartaginese a quello che vinse il Cesare romano, dall'imperatore di Bisanzio al Trovatore di Provenza, dal Crociato che seguì Pietro l'Eremita al consigliere sereno del Bearnese: tutti dall'amico di Filiberto, che gli cavalcò vicino quando entrò in Pinerolo, a colui che digiunò con Vittorio Amedeo: tutti mi apparvero piangendo, Fiorina, tendendomi le braccia e scuotendo mestamente le teste pensose. — Che avete, lor chiesi, perchè piangete? — E quelli: — Perchè tu certo domani calpesterai l'onor della tua casa e abbandonando le tue terre all'invasore correrai pazzamente da una donna, che è la tua signora, e pel cui bacio daresti — che monsignor Gesù te lo perdoni — anche l'anima tua e la tua vita eterna».