Ed altre ed altre ed altre, tante da emular in numero le opere del signor Aronet di Voltaire o del grande Muratori. Tante che Fiorina aveva dovuto ordinare un cofano capace e comandarne la serratura a un fabbro fiorentino sotto un falso nome perchè un'altra simile non si trovasse nel Regno di Sardegna. Tante che le avevano fatto dimenticar senno e prudenza e spinta al viaggio penoso, poichè in quei tempi politica e guerra non servivano spesso che di pretesto all'amore.

Non aveva, pudor di dama contegnosa, osato certo di avvertir l'amante dell'arrivo prossimo, no, ma sibbene il duca di Nervia, di tutto consapevole, e che non avrebbe mancato di fare, anche indirettamente, l'ambasciata. Ciò che noi sappiamo era infatti avvenuto.

Ed ecco, invece del bel cognito viso, della persona ben cognita, un volto ed un uomo sconosciuti, il quale pur tuttavia sembrava gentiluomo a giudicarlo dal gesto corretto con cui si tolse il feltro sformato dalla pioggia e dall'inchino profondo sì, profondissimo anzi, ma di stile, che gli piegò la persona per qualche minuto e cioè fino alla prima parola che la marchesa pronunciò, e che fu:

— Buon giorno, signore!

— Fiorina, mia cara, permettete ch'io faccia le presentazioni. Vi presento il conte Emanuele Embriaco, che suppongo del partito....

— .... della bellezza.

Così l'interruppe il nuovo arrivato. E continuò:

— È impossibile che in questo fosco mattino, il quale pretende farci credere che il sole sia nascosto mentre acceca me poveretto ma prediletto dagli dei, è impossibile pensare con altro che con gli occhi se pure abbacinati. Prego la eccellentissima signora marchesa di Spigno di accogliere il mio umile fervente e devoto saluto come in Elicona le Muse accoglievano benigne anche i più umili canti dei semplici pastori.

La marchesa — le donne facilmente sono disarmate dalle parole sonore che forse non comprendono ma che sempre intendono — sorrise all'Embriaco, mentre Ibleto di Spigno, sarcastico ma fine, proruppe:

— Ben tornito, ben tornito, il madrigale! Madrigale che il cavaliere di Parny avrebbe chiuso certo nel castone di una quartina e Piron entro uno snello epigramma, li vedo, ma non vedo chi li avrebbe detti meglio in prosa, nè gli Scudery, nè l'abate Bernardino Viale, mio collega in Arcadia, e dolce più del miele attico, siccome mi dice il nome di Glucosio che porta. A proposito di porta, se rientrassimo nella capanna? Punge il mattino, Fiorina, più che le spine delle rose di Ronsard.