— Siete voi forte? domandò un giorno Faria a Dantès. Questi senza rispondere prese lo scalpello, lo piegò a ferro di cavallo, e lo raddrizzò. — V’impegnereste voi a non uccidere la sentinella che in un caso di estrema necessità?

— Sì, sul mio onore. — Allora, disse Faria, potremo eseguire il nostro disegno. — E quanto tempo ci vorrà per eseguirlo? — Almeno un anno. — Potremo dunque metterci al lavoro? — Subito. — Oh! vedete dunque abbiamo già perduto un anno. — Credete voi che quest’anno sia stato perduto? — Oh! perdono, gridò Edmondo arrossendo. — Zitto! disse Faria. L’uomo è sempre uomo, e voi siete uno dei migliori che m’abbia conosciuti. Ecco il mio disegno.

Faria mostrò allora a Dantès un disegno da lui tracciato: era la pianta della sua camera, di quella di Dantès e del corridoio che le univa una all’altra. Nel mezzo di questo corridoio egli stabiliva un condotto simile a quello che si pratica nelle miniere, questo condotto avrebbe portato i due prigionieri sotto la galleria ove passeggiava la sentinella. Una volta giunti là, essi praticherebbero un largo scavamento, smurerebbero una delle pietre quadrate che formano il piancito della galleria, la pietra in un dato momento sprofonderebbe sotto il peso del soldato, che scomparirebbe inghiottito dallo scavamento. Dantès, si sarebbe precipitato sopra di lui nel momento in cui, ancor stordito per la caduta, non avrebbe potuto difendersi, lo avrebbe legato, gli avrebbe turata la bocca, ed allora tutti e due passando da una finestra di quella galleria, sarebbero discesi lungo la muraglia esterna coll’aiuto della scala di corde, e si sarebbero salvati. Dantès battè le mani, e i suoi occhi sfavillarono di gioia; questo disegno era così semplice, che era impossibile non riuscisse. Nel medesimo giorno i due minatori si misero all’opera e con un ardore tanto più grande, in quanto che questo lavoro che cominciava dopo un lungo riposo, non faceva, secondo tutte le probabilità, che secondare il pensiero intimo e secreto d’entrambi. Niente l’interrompeva, se non che l’ora nella quale ciascuno d’essi era obbligato di rientrare nella sua stanza per ricevere la visita del carceriere. D’altra parte avevano presa l’abitudine di distinguere così facilmente il rumore impercettibile dei passi, al momento in cui quest’uomo discendeva, che giammai nè l’uno e nè l’altro fu colto all’imprevista. La terra da essi estratta dalla nuova galleria, e che sarebbe stata sufficiente per riempire l’antico corridoio, veniva gettata a poco a poco, e con inaudite cautele dall’una o dall’altra delle finestre del carcere di Dantès, o del carcere di Faria, dopo polverizzata con ogni cura, e il vento della notte la trasportava lungi, senza lasciarne traccia. Più d’un anno fu passato in questo lavoro che venne eseguito con uno scalpello, un coltello ed una leva di legno per soli strumenti. Durante quest’anno e mentre lavoravano, Faria continuò ad istruire Dantès parlandogli ora in una lingua, ora in un’altra; insegnandogli la storia delle nazioni, e di quei grand’uomini che di tempo in tempo lasciano dietro a sè una di quelle luminose tracce, che si chiama gloria. Faria uomo di mondo, e di gran mondo, aveva inoltre nelle sue maniere una specie di maestà malinconica, di cui Dantès, mercè lo spirito d’imitazione che gli aveva fornito la natura, seppe trar profitto, e riunire quell’elegante tratto di cui mancava a quei modi aristocratici che generalmente non si acquistano che coll’abitudine di avvicinare le classi elevate o colla conversazione degli uomini superiori.

In capo a 15 mesi il foro era finito, lo scavamento sotto la galleria era fatto, si sentiva passare e ripassare la sentinella, e i due operai, che erano obbligati ad aspettare una notte oscura e senza luna per rendere più sicura la loro evasione, non avevano più che un timore, ed era, che la botola sprofondasse da sè sotto i piedi del soldato. Venne ovviato a questo inconveniente col mettere per puntello una specie di travicello che avevano scavato nei fondamenti.

Dantès era occupato a metterlo al posto quando intese ad un tratto Faria, rimasto nel carcere da lui occupato a formare una cavicchia destinata a mantenere la scala di corda, che lo chiamava con un accento di disperazione. Rientrò sollecitamente, e vide Faria ritto in mezzo alla camera, pallido, col sudore alla fronte e le mani intirizzite.

— Oh! mio Dio! gridò Dantès, che c’è, che cosa avete?

— Presto! presto! disse Faria, ascoltatemi.

Dantès guardò il viso livido di Faria, gli occhi circondati da un cerchio azzurrognolo, le labbra bianche, i capelli irti, e per lo spavento lasciò cadersi a terra lo scalpello che teneva in mano.

— Che c’è egli dunque? gridò Edmondo.

— Son perduto, disse Faria, ascoltatemi, un male terribile, forse mortale mi assale in questo momento. L’accesso è incominciato, lo sento. Ne fui già colpito l’anno prima della mia carcerazione. A questo male non vi è che un rimedio; ve lo dirò; correte presto nel mio carcere, togliete un piede al mio letto, questo piede è scavato: vi troverete dentro una piccola boccetta di cristallo piena per metà di un liquore rosso; portatemela, o piuttosto... no, no... io potrei esser sorpreso qui... aiutatemi a rientrare nella mia camera fino a che mi resta ancora qualche forza. Chi sa ciò che può accadere, e quanto tempo durerà l’accesso? — Dantès senza molto agitarsi, quantunque la disgrazia che lo colpiva fosse immensa, discese nel corridoio, trascinò dietro a sè l’infelice compagno, e conducendolo con infiniti stenti fino all’estremità opposta, giunse nel carcere di Faria, e lo depose nel letto.