— Grazie, disse Faria, tremando con tutte le membra, come se uscisse dall’acqua diacciata; ecco il male che s’inoltra, sto per cadere in catalessi. Forse non farò un movimento, forse non manderò un gemito, ma forse ancora mi contorcerò, griderò, sputerò bava. Fate in modo che non siano intese le mie grida, questo è ciò che soprattutto importa, perchè allora potrei essere cambiato di camera, e noi saremmo divisi per sempre. Quando voi mi vedrete immobile, freddo, e per così dire morto, allora soltanto schiudetemi i denti col coltello, fatemi colare in bocca otto o dieci gocce di quel liquore, e forse rinverrò.

— Forse? gridò dolorosamente Dantès.

— A me! a me! gridò Faria io mi... mi...

L’accesso fu sì rapido e violento, che il disgraziato prigioniero non potè compiere neppure l’incominciata parola; una nube gli passò sulla fronte, sollecita e tetra come la tempesta del mare. La crisi gli dilatò gli occhi, gli contorse la bocca, gl’imporporò le guance; si agitò, ruggì; ma come lo aveva raccomandato egli stesso, Dantès soffocò queste grida sotto la coperta. Tutto durò due ore; allora più inerte che un masso, più pallido e più freddo di un marmo, più infranto di una cosa calpestata sotto i piedi, cadde, s’intirizzì in un’ultima convulsione, e divenne livido. Edmondo aspettò che questa morte apparente avesse investito tutto il corpo, e ghiacciato fino al cuore; allora prese il coltello, introdusse la lama fra i denti, disserrò a gran fatica le intirizzite mascelle, e contò una dopo l’altra le dieci gocce del rosso liquore, e aspettò. Passò un’ora senza che il vecchio facesse il più piccolo movimento; Dantès temeva di avere aspettato troppo, e lo guardava con le mani cacciate nei capelli; finalmente un leggiero colorito apparve sulle sue guance; gli occhi costantemente rimasti aperti e attoniti, ripresero il consueto sguardo, un debol sospiro gli sfuggì di bocca; fece un piccolo movimento.

— Egli è salvo! egli è salvo! gridò Dantès.

Il malato non poteva ancora parlare, ma stese con ansia visibile la mano verso la porta. Dantès ascoltò e intese i passi del carceriere. Erano quasi le sette ore, e Dantès non aveva avuto il pensiero di misurare il tempo. Il giovine si slanciò all’apertura, vi si precipitò, rimise la pietra al di sopra della testa, e rientrò nella stanza. Un momento dopo la porta si aprì, ed il carceriere ritrovò, secondo il solito, il prigioniero assiso sul letto. Appena ebb’egli voltato le spalle, appena il rumore dei suoi passi si perdè nel corridoio, Dantès, divorato dall’inquietudine, senza pensare a mangiare, riprese il cammino sotterraneo, e sollevando la pietra al di sopra della testa, rientrò nella camera di Faria. Questi aveva ripreso conoscenza, ma era sempre steso sul letto, inerte e senza forze.

— Io non contava più di rivedervi, diss’egli a Dantès.

— E perchè questo? domandò Edmondo, contavate dunque di morire? — No, ma tutto è all’ordine per la vostra fuga, ed io credeva che sareste fuggito. — Il rossore dell’indignazione colorò le guance di Dantès — Senza di voi! gridò egli, mi avete veramente creduto capace di ciò?

— Adesso m’accorgo che mi sono ingannato, disse il malato; ah! sono molto debole, molto abbattuto.

— Coraggio, le forze ritorneranno, disse Dantès, sedendosi vicino al letto di Faria e prendendogli le mani.