— Voi non siete Busoni? non siete Monte-Cristo? Mio Dio siete quel nemico nascosto, implacabile, mortale!... io senza dubbio ho fatto qualche cosa contro di voi a Marsiglia; oh! me disgraziato!

— Sì, tu hai ragione, così disse il conte incrociando le braccia sul suo largo petto; cerca! cerca!

— Ma che ti ho dunque fatto? gridò Villefort il cui spirito già ondeggiava sul limitare ove si confondono la ragione e la demenza in una caligine che non è più nè sogno nè veglia; che ti ho io dunque fatto? di’! parla! parla!

— Voi mi avete condannato ad una morte lenta e schifosa, avete ucciso mio padre, mi avete tolto l’amore colla libertà, e la felicità con l’amore!

— Chi siete? chi siete dunque? mio Dio!

— Sono lo spettro d’un disgraziato che avete sepolto nelle carceri del castello d’If. A questo spettro uscito finalmente dalla sua tomba, il cielo ha messo la maschera del conte di Monte-Cristo, e lo ha ricoperto di diamanti e d’oro perchè non lo riconosciate che oggi.

— Ah! ti riconosco, ti riconosco! disse il procuratore del Re; tu sei...

— Sono Edmondo Dantès!

— Tu sei Edmondo Dantès! gridò il procuratore del Re, afferrando il conte pel pugno; allora vieni!

E lo trascinò per la scala, per la quale Monte-Cristo meravigliato lo seguì, ignorando egli stesso ove il procuratore del Re lo conducesse, prevedendo qualche nuova catastrofe.