— Preparatevi, Massimiliano, gli disse con un sorriso, domani lasciamo Parigi.

— Non avete più niente da fare? domandò Morrel.

— No, rispose Monte-Cristo, e Dio voglia che non abbia fatto anche troppo. — La dimane infatto essi partirono. Bertuccio restava presso il sig. Noirtier.

CXI. — LA PARTENZA.

Gli avvenimenti che erano accaduti tenevano occupata tutta Parigi. Emmanuele e sua moglie se li raccontavano, con una sorpresa ben naturale, nel loro salotto della strada Meslay; confrontavano queste tre catastrofi tanto improvvise, quanto inattese, di Morcerf, di Danglars e di Villefort. Massimiliano, che era venuto a far loro una visita, li ascoltava, o piuttosto assisteva alla loro conversazione, immerso nella sua insensibilità abituale.

— In verità, diceva Giulia, non si direbbe, Emmanuele, che tutte queste ricche persone, ieri così felici, avessero dimenticato, nel calcolo sul quale avevano stabilita la loro fortuna, la loro felicità e la loro considerazione, la parte dovuta al genio cattivo, e che questi, come nelle cattive fate dei racconti di Perrault, che avevano dimenticato d’invitare a qualche nozze, o a qualche festino, fosse poi comparso d’improvviso per vendicarsi di questa fatale dimenticanza.

— Quanti disastri, diceva Emmanuele pensando a Morcerf e a Danglars.

— Quanti patimenti! diceva Giulia, ricordandosi di Valentina, che per un istinto di donna non voleva nominare davanti a suo fratello.

— Se è Dio che li ha colpiti, diceva Emmanuele, ciò è perchè Dio, che è la suprema bontà, nulla ha ritrovato nella vita passata di quelle genti, che meritasse l’attenuazione della pena, e perchè quella gente era maledetta.

— Non sei tu ben temerario nel tuo giudizio, Emmanuele? disse Giulia. Quando mio padre, colla pistola alla mano, era sul punto di bruciarsi le cervella, se qualcuno avesse detto, come tu dicevi: quest’uomo ha meritata la sua pena, questo qualcuno non si sarebbe sbagliato?