— E tu li hai ancora? gridò Monte-Cristo.

— No, signore; ho venduto questi diversi oggetti ad alcuni visitatori! ma mi resta un’altra cosa.

— Che cosa dunque? domandò il conte con impazienza.

— Mi resta una specie di libro scritto sopra strisce di tela.

— Oh! gridò Monte-Cristo, ti resta questo libro?

— Non so se sia un libro, disse il custode.

— Va, a cercarlo, disse il conte, e se è quel che io presumo, sta pur tranquillo! non avrai a pentirtene.

— Io corro, signore. — E la guida uscì. Allora egli andò ad inginocchiarsi pietosamente davanti ai resti di questo letto che per lui era stato dalla morte convertito in un altare.

— Oh! mio secondo padre, diss’egli, tu mi hai data la libertà, la scienza, la ricchezza, se dal fondo della tua tomba resta ancora qualche cosa che freme alla voce di quelli che sono rimasti sulla terra, se nella trasfigurazione che soffre il cadavere qualche cosa di animato si agita nei luoghi ove noi abbiamo molto amato o molto sofferto, nobile cuore, spirito superiore, anima profonda, con una parola, con un segno, con una rivelazione qualunque, te ne scongiuro, in nome di questo amore paterno che tu mi accordavi, e del rispetto filiale che ti portava, toglimi questo resto di dubbio, fa che si cambi in convinzione, e sgombra il rimorso.

Il conte abbassò la testa e congiunse le mani. — Prendete, signore! disse una voce dietro a lui. — Monte-Cristo rabbrividì, e si voltò. Il portinaro gli stese quelle strisce di tela su cui Faria aveva sparso tutti i tesori della sua scienza. Questo manoscritto era la grande opera di Faria di cui abbiam parlato.