— Avete delle cucine? domandò il banchiere.
— Come! se abbiamo delle cucine? cucine perfette!
— E dei cuochi? — Eccellenti!
— Ebbene! un pollo, un pesce, del selvaggiume, non importa quello che è, purchè si mangi.
— Come piacerà a V. E.; dicevamo dunque un pollo, è vero?
— Sì, un pollo. — Peppino si voltò, e gridò con tutta la forza dei suoi polmoni: — Un pollo per S. E. — La voce di Peppino vibrava ancora sotto le volte, che già compariva un giovinotto, bello, svelto, e mezzo nudo come gli antichi portatori di pesce; egli portò il pollo sopra un piatto d’argento, e il pollo si reggeva solo sulla testa. — Uno si crederebbe al Caffè di Parigi, mormorò Danglars.
— Eccolo! eccellenza, — disse Peppino prendendo il pollo dalle mani del giovine bandito, e deponendolo sopra una tavola tarlata, che con uno sgabello e il letto di pelli, formava il complesso della mobilia della cella. Danglars domandò un coltello ed una forchetta. — Eccoli! eccellenza, — disse Peppino offrendo un coltello colla punta smussa e una forchetta di legno. Danglars prese il coltello con una mano e la forchetta con l’altra, e si mise in atto di tagliare il volatile.
— Perdono, eccellenza, disse Peppino, ponendo una mano sulla spalla del banchiere; qui si paga prima di mangiare; si potrebbe non essere contenti uscendo...
— Ah! ah! fece Danglars, non è più come a Parigi, senza contare che probabilmente essi mi scorticheranno; ma facciamo le cose da grandi. Vediamo, ho sempre inteso parlare del buon mercato della vita in Italia; un pollo non deve valere più di dodici soldi a Roma. Eccoti, diss’egli, un luigi, e lo gettò a Peppino. — Peppino raccolse il luigi, Danglars accostò il coltello al pollo. — Un momento, eccellenza, disse Peppino rialzandosi; un momento. V. E. mi deve ancora qualche cosa.
— Quando diceva che mi avrebbero scorticato! — mormorò Danglars, indi, risoluto di prendere il suo partito da questa estorsione: — Vediamo, quando vi devo ancora per questo etico volatile? domandò egli.