— V. E. mi ha dato un luigi a conto. — Un luigi a conto! Un luigi a conto sopra un pollo? — Senza dubbio, a conto. — Bene... avanti! avanti! — Non son più che 4999 luigi che V. E. mi deve. — Danglars aprì due occhi enormi all’annunzio di questa burla gigantesca. — Ah! furbissimo, mormorò egli, in verità furbissimo! — E volle rimettersi a tagliare il pollo; ma Peppino gli fermò la mano destra con la mano sinistra, e stese l’altra sua mano.

— Andiamo, diss’egli.

— Che! voi non scherzate? disse Danglars.

— Noi non scherziamo mai, riprese Peppino con serietà.

— Come! cento mila fr. per un pollo!

— Eccellenza, è impossibile il poter credere quanta pena ci costi l’allevare un pollo in queste maledette grotte.

— Andiamo! andiamo! disse Danglars, io ritrovo ciò molto buffo, molto divertente, in verità; ma siccome ho fame, così lasciatemi mangiare. Prendete, ecco qua un altro luigi per voi, amico mio.

— Con ciò il vostro debito non sarà più che di 4998 luigi, disse Peppino conservando la medesima prontezza d’animo; colla pazienza vi si giungerà.

— Oh! in quanto a questo, disse Danglars stomacato dalla perseveranza di questo scherzo, in quanto a questo giammai. Andate al diavolo, non sapete con chi avete da fare.

Peppino fece un segno al giovine bandito, e questi allungò tosto le due mani, e portò via prestamente il pollo. Danglars si gettò sul suo letto di pelli. Peppino chiuse la porta e si rimise a mangiare i suoi piselli sul lardo. Danglars non poteva vedere ciò che faceva Peppino, ma dallo sbattersi dei denti del bandito, non lasciava alcun dubbio al prigioniere sull’esercizio che lo teneva occupato. Era chiaro ch’egli mangiava, e che mangiava rumorosamente, come fanno le persone mal educate. — Ingordo! disse Danglars.