Peppino fece sembiante di non capire, e senza neppure voltare la testa, continuò a mangiare con una saggia lentezza. Lo stomaco di Danglars gli sembrava perforato come la tinozza delle Danaidi, e non poteva credere ch’egli non giungerebbe mai a riempirlo. Però prese pazienza anche una mezz’ora; questa mezz’ora gli parve un secolo. Egli si alzò e andò di nuovo davanti alla porta. — Vediamo, signore, diss’egli, non mi fate languire lungamente, e ditemi d’un sol colpo ciò che si vuole da me?
— Ma, eccellenza, dite piuttosto ciò che volete da noi... Dateci i vostri ordini e li eseguiremo.
— Allora per prima cosa aprite. — Peppino aprì.
— Io voglio, disse Danglars, perdinci! voglio mangiare!
— Avete fame? — E del resto lo sapete.
— Che cosa desidera di mangiare V. E.?
— Un tozzo di pane secco, poichè i polli sono di un prezzo esorbitante in questi maledetti scavi.
— Del pane! sia, disse Peppino. Olà! del pane!
Il giovine servente portò un piccolo pane.
— Eccolo, disse Peppino.