— Senza dubbio, disse Peppino. — Ma in che modo dovrò io pagarli? fece Danglars respirando più liberamente.

— Non vi è niente di più facile; voi avete un credito aperto presso i sig. Thomson e French, via dei Banchi a Roma; datemi un buono di 4998 luigi su questi signori, ed il nostro banchiere lo sconterà. — Danglars volle almeno darsi il merito della buona volontà, prese la penna e la carta che gli presentò Peppino: scrisse la cedola e firmò: — Prendete, diss’egli, ecco il vostro buono al latore.

— E voi, ecco il vostro pollo. — Danglars squartò il pollo sospirando: poichè gli sembrava molto magro per una somma così grossa. In quanto a Peppino lesse attentamente il foglio, se lo mise in saccoccia, e continuò a mangiare i suoi piselli.

CXVI. — IL PERDONO.

Il giorno dopo Danglars ebbe nuovamente fame; l’aria in quella caverna era oltre ogni credere appetitosa; il prigioniere credè che, per quel giorno, non avrebbe avuto alcuna spesa da fare; da uomo economico aveva nascosto una metà del pollo ed un poco di pane in un angolo della sua cella. Ma non ebbe tosto mangiato, che gli venne sete: egli non aveva calcolato su questo. Lottò contro la sete fino al momento in cui si sentì la lingua disseccata attaccarsi al palato. Allora, non potendo più resistere al fuoco che lo divorava, egli chiamò. La sentinella aprì la porta, era un viso nuovo. Pensò che era meglio per lui aver che fare con una vecchia conoscenza. E chiamò Peppino. — Eccomi, eccellenza, disse il bandito presentandosi con una premura che parve di buon augurio a Danglars, che desiderate?

— Da bere, disse il prigioniero.

— Eccellenza, disse Peppino, sapete che il vino è di un prezzo esorbitante nelle vicinanze di Roma.

— Allora datemi dell’acqua, disse Danglars.

— Oh! l’acqua è più rara del vino, ora vi è siccità!

— Andiamo, disse Danglars, noi ricominciamo la storia di ieri. — E, mentre sorrideva per avere l’aria di scherzare, il disgraziato sentiva il sudore bagnargli le tempia.