— Ma, rispose Dantès, non leggo che righe troncate, che parole senza senso; i caratteri sono interrotti dall’azione del fuoco e restano inintelligibili.
— Per voi, amico mio, che li leggete per la prima volta, ma non per me che vi ho impallidito sopra per ben molte notti, e che ho ricostruita ogni frase, e compiuto ogni pensiero.
— E credete aver ritrovato questo senso troncato?
— Ne son sicuro; ne giudicherete da voi stesso; ma dapprima ascoltate la storia di questa carta.
— Silenzio! gridò Dantès; dei passi!... qualcuno si avvicina... io parto... addio! e Dantès, fortunato di poter fuggire alla storia ed alla spiegazione che non gli avrebbero che maggiormente confermato la infelicità del suo amico, fuggì per lo stretto andito, nel mentre che Faria acquistando una specie di attività dal terrore, spinse col piede la pietra che ricuoprì colla stoia, a fine di nascondere allo sguardo la mancanza di continuità che non era stato in tempo di fare sparire.
Era il governatore che, essendo stato avvisato dal carceriere dell’accidente di Faria, veniva ad assicurarsi da sè stesso della sua gravità. Faria lo ricevette assiso, evitò qualunque gesto che potesse metterlo a rischio, e riuscì a nascondere al governatore che egli era stato colpito da una paralisi, che aveva fatta morta una metà della sua persona. Il suo timore si era che il governatore mosso a pietà di lui, non volesse farlo trasportare in una prigione più sana e non lo separasse in tal modo dal suo giovine compagno: ma fortunatamente non fu così: il governatore si ritirò convinto che il povero pazzo pel quale sentiva nel fondo del cuore un po’ di affezione, non era affetto che da una leggiera indisposizione.
In questo tempo, Edmondo, assiso sul letto e colla testa fra le mani, cercava di riordinare le sue idee; dacchè conosceva Faria avea sempre scorto in lui tanta ragione, e tanta logica, che non poteva comprendere come questa suprema saggezza su tutti i punti, potesse poi collegarsi coll’alienazione di mente sopra un sol punto: era Faria che s’ingannava sul suo tesoro? o erano gli uomini che s’ingannavano sul conto di Faria? Dantès restò nella sua cella tutto il giorno, non osando ritornare a visitare il suo amico. Egli cercava di allontanare così il momento in cui avrebbe acquistata la certezza che il compagno era pazzo; questa convinzione doveva essere spaventosa per lui. Ma verso sera, dopo l’ora dell’ordinaria visita, Faria, non vedendo più ritornare il giovine, tentò di superare lo spazio che lo divideva da lui. Edmondo rabbrividì sentendo gli sforzi dolorosi che faceva il vecchio per trascinarsi: la gamba era inerte: egli non poteva aiutarsi che con un sol braccio: fu perciò obbligato di tirarlo a sè, poichè certamente non sarebbe riuscito ad uscire solo per la stretta apertura che metteva nella camera di Dantès. — Eccomi implacabilmente risoluto a perseguitarvi, disse con un sorriso raggiante di benevolenza; voi avete creduto potere sfuggire alla mia munificenza, ma ciò non vi ha servito a niente. Ascoltatemi adunque. — Edmondo vedendo che non poteva più evitarlo, fece sedere il vecchio sul letto, e si pose vicino a lui sul suo sgabello. — Voi sapete, disse Faria, che io era il segretario, il famigliare, l’amico del conte Spada, l’ultimo dei principi di questo nome. Io devo a questo degno personaggio tutto ciò che ho provato di felicità in questa vita. Egli non era ricco, benchè le ricchezze di sua famiglia fossero proverbiali, e che abbia spesse volte inteso dire: ricco come uno Spada. Ma egli, come la pubblica voce, viveva sotto questa riputazione di opulenza; il suo palazzo fu il mio Eden. Educai i suoi nipoti che morirono, e allora io dedicandomi con devozione a tutte le sue volontà, cercai rendergli quel che aveva fatto per me da dieci anni. La casa del conte non ebbe più segreti per me, io aveva soventi volte visto lo Spada scartabellare dei libri antichi, e sfogliare avidamente dei manoscritti antichi di famiglia tutti ricoperti di polvere. Un giorno che io gli rimproverava queste inutili veglie, e la specie di abbattimento che le seguiva, egli mi guardò sorridendo amaramente, e mi aprì un libro che era la storia d’Italia. Al capitolo XX della medesima stava scritto:
«Cesare Borgia prese d’assalto Sinigaglia, che apparteneva a Francesco Maria della Rovere; il giorno stesso della vittoria, chiamò a pranzo tutti i condottieri del suo esercito, ed a seconda che entravano nella sala del convito, non avendo più bisogno di loro e temendo qualche lega che potesse inceppargli la vittoria nella Romagna, fece a tutti l’un dopo l’altro tagliar la testa sul limitare della porta. Così morì Vitellozzo Vitelli signore di Città di Castello, Oliverotto signore di Fermo, Paolo Orsini Duca di Gravina, Francesco di Todi, Guido Spada ecc.»
«Dopo questa lettura, egli mi favellò così:
«Guido Spada non aveva potuto disimpegnarsi dal collegare le sue bande con quelle di Cesare Borgia, quando si portò ad invadere la Romagna, temendo che un rifiuto non solo gli potesse costar la vita, ma la perdita di quegl’immensi beni di cui era ritenuto possessore, e che, conservava colla più grande importanza per trasmetterli ad un nipote che amava qual figlio. Quando Guido Spada, dopo la vittoria di Sinigaglia, ricevette l’invito al pranzo di Borgia egli sospettò il tradimento che veniva ordito, ed accorgendosi omai che ancorchè non fosse andato al convito la sua vita era sempre in balia del Borgia trovandosi in mezzo alle sue genti, si limitò a spedire un messaggio al nipote in Roma per avvertirlo del luogo ove egli teneva il suo testamento. Il messaggiero, la cui partenza era stata spiata, fu ucciso in cammino, ma non gli fu ritrovato altro foglio se non che uno scritto dello Spada in cui diceva: «Lascio al mio nipote amatissimo le mie stoviglie ed i miei libri, fra i quali la mia Bibbia ad angoli d’oro desiderando ch’egli la conservi quale ricordo del suo affezionatissimo zio.»