«Gli eredi cercarono in ogni luogo, ammirarono la Bibbia, fecero man bassa sui mobili, e si meravigliarono che Spada, l’uomo ricco, non fosse in effetti che il più miserabile degli zii; nessun tesoro fu rinvenuto, se pure non vogliansi chiamare tesori le scienze racchiuse nella biblioteca e nel laboratorio chimico.
«Il messaggiero che era stato assassinato in viaggio, ebbe tempo prima di morire, di dire ad un sacerdote, che prestavagli gli ultimi uffici di religione innanzi la chiesetta presso la quale fu aggredito, che facesse sapere al nipote di Guido Spada in tutta secretezza, che vi avrebbe certamente trovato il testamento. Il sacerdote eseguì questo estremo desiderio del trafitto: e fu dopo questo annunzio che si raddoppiarono più attivamente ancora le ricerche: ma tutto fu invano. Non restarono al nipote che due palazzi, ed una villa dietro al Palatino, ed un migliaio circa di scudi in argenteria, ed altrettanto in moneta contante. La famiglia Spada non riprese più il lustro di prima e rimase dubbia la loro fortuna; un mistero eterno pesò sopra questa faccenda, e la pubblica fama fe’ credere, che Cesare Borgia avesse ritrovato i tesori della famiglia Spada nella tenda di Guido sotto le mura di Sinigaglia.»
— Fin qui, interruppe Faria, sorridendo, non vi sembrerà che questo racconto sia privo di senno?
— Oh! amico mio, disse Dantès, mi sembra, al contrario, di leggere una cronaca importantissima, continuate.
— La famiglia si accostumò a questa oscurità, gli anni si successero. Fra i discendenti, alcuni furono soldati, altri diplomatici; alcuni furono ecclesiastici, altri banchieri; alcuni si arricchirono, altri finirono di rovinarsi. Ma veniamo all’ultimo della famiglia, a quello di cui io fui segretario, al conte Spada. Io lo aveva spesso sentito lamentarsi della sproporzione del suo grado colla sua fortuna, per cui lo aveva consigliato di porre i pochi beni che gli restavano in rendita vitalizia; ascoltò il mio consiglio, e per tal modo raddoppiò le sue rendite. La famosa Bibbia ad angoli d’oro era rimasta in famiglia, ed il conte Spada la possedeva: fu conservata di padre in figlio, perchè la clausola bizzarra del solo testamento che si conobbe, ne aveva formata una vera reliquia custodita con una superstiziosa venerazione in famiglia. Era quel libro illustrato da magnifiche miniature gotiche e così pesante per l’oro, che vi voleva un leggio per poterne far uso. Alla vista delle carte di ogni specie, titoli, contratti, pergamene, che venivano custodite negli archivii della famiglia e che derivavano da Guido Spada, io mi misi a mia volta al par di venti servitori, di venti intendenti e venti segretarii che mi avevano preceduto, ad esaminare queste filze formidabili. Ad onta dell’attività e della precisione delle mie ricerche, io non ritrovai assolutamente niente. Frattanto aveva letta ed anche scritta una storia esatta delle effemeridi della famiglia Borgia, nel solo scopo di assicurarmi se fosse stata aggiunta alla famiglia di questi Principi qualche gran fortuna dopo la morte di Guido Spada, e mai non potei osservare altro se non l’addizione dei beni degli altri condottieri con lui decollati, che furono ben presto esauriti nelle guerre della Romagna.
«Ero dunque quasi sicuro che nè Cesare Borgia, nè la sua famiglia si erano impadroniti delle immense fortune di cui si credevano possessori gli Spada, ma che queste, se pur vi erano, rimasero senza padrone, come quei tesori delle favole arabe che dormono nel seno della terra, sotto la custodia di un genio. Io sfogliai, contai, calcolai le mille e mille volte le rendite e le spese della famiglia da trecento anni in poi, e tutto fu inutile. Confrontai questi calcoli colle spese e le rendite prima dell’avvenimento di Guido, e vi trovai una incalcolabile differenza; ciò nonostante tutto riuscì inutile, io restai nella mia ignoranza ed il conte Spada nella sua miseria.
«Il mio padrone morì. Dal suo contratto vitalizio egli non aveva eccettuate che le sue carte di famiglia, la biblioteca composta di cinque mila volumi e la famosa Bibbia; mi lasciò legatario di tutto questo, unitamente ad un migliaio di scudi romani che possedeva in denaro contante colla condizione di fargli dire delle messe nell’anniversario della sua morte, di formare un albero genealogico della sua famiglia e di scrivere una storia della medesima, il che ho fatto esattamente...
«Tranquillizzatevi, Edmondo, ci accostiamo alla fine.
«Nel 1807, un mese prima del mio arresto, e quindici giorni dopo la morte del conte Spada, era il 25 di dicembre, (vedrete in breve in qual modo questa data memorabile mi sia rimasta in mente) io rileggeva per la centesima volta queste carte che metteva in ordine, perchè appartenendo oramai il palazzo ad uno straniero, io stavo per lasciare Roma e stabilirmi a Firenze portando meco una certa quantità di libri, la mia biblioteca e la famosa Bibbia, allorchè stanco da questo continuo studio, e indisposto per un pranzo indigesto, lasciava cadere la testa sopra le mani e mi addormiva. Erano tre ore dopo mezzogiorno: mi svegliai; la pendola batteva le sei: alzai la testa e mi trovai nella più profonda oscurità. Suonai perchè mi si portasse il lume, non venne alcuno. Risolvetti allora di servirmi da me; quest’era d’altra parte un’abitudine da filosofo che mi abbisognava di adottare. Presi con una mano la bugìa che era sul tavolo, coll’altra non ritrovando solfanelli cercai un po’ di carta che mi avvisava di accendere ad un resto di fuoco rimasto nel caminetto; ma nell’oscurità temendo di prendere una carta preziosa invece di un foglio inutile, esitai; allora mi risovvenni di aver veduto nella famosa Bibbia che era sulla tavola, vicino a me, un vecchio foglio tutto ingiallito che sembrava aver servito di segno al luogo ove si cessava la lettura, e che aveva traversato i secoli, mantenuto al suo posto dalla venerazione degli eredi. Io cercai a tastoni quest’inutil foglio, lo trovai, lo contorsi, lo presentai alla fiamma moribonda e lo accesi; ma sotto le dita, come per magìa, a seconda che il fuoco saliva io vidi dei caratteri giallastri uscir dalla carta e comparire sul foglio. Allora fui preso da terrore; serrai fra le mani il foglio, spensi il fuoco, accesi la bugìa alla bracia; riaprii con indicibile emozione il foglio ripiegato, e riconobbi che un inchiostro misterioso e simpatico aveva tracciato quelle lettere apparse soltanto al contatto del vivo calore; poco più di un terzo del foglio era stato consumato dalla fiamma. Egli è quel foglio che voi avete letto questa mattina. Rileggetelo Dantès; poi quando lo avrete riletto io vi compierò le frasi interrotte e il senso incompiuto; — e Faria, trionfante, aprì il foglio a Dantès che questa volta lesse avidamente le parole seguenti, tracciate con un inchiostro color di ruggine;
- «Essendo costretto per lo mio me
- di seguire in un con le
- gia nella guerra di Romagna, e
- parato a qualunque tradimento p
- cipe, dichiaro a mio nipote
- erede universale che ho
- per aver visitato con me
- isola di Monte-Cristo, tutto quanto
- preziose, diamanti, argenterie
- per il valore circa di due
- troverà passando la ventesima
- dell’Est in linea retta. Due aper
- in queste grotte il tesoro sta nell’angolo
- qual tesoro lascio a lui e cedo
- solo erede.»
- «28 Marzo 1492.
- «Guid