— Vi sbagliate, gli è perchè sono effettivamente contento.

— Allora mi dimenticate, tanto meglio! — In che modo?

— Sì, poichè lo sapete, amico, come diceva il gladiatore entrando nel circo al sublime imperatore, io dico a voi: «quello che va a morte, vi saluta.»

— Non siete consolato? domandò Monte-Cristo con uno strano sguardo.

— Oh! fece Morrel con uno sguardo pieno d’amarezza, avete creduto realmente che io potessi esserlo?

— Ascoltate, disse il conte, voi intendete bene il senso delle mie parole, non è vero, Massimiliano? non mi prendete per un uomo volgare, per un istrumento che emette dei suoni vaghi e privi di senso? Quando io vi domando se siete consolato, vi parlo da uomo pel quale il cuore umano non ha più segreti. Ebbene! Morrel, discendiamo insieme nel fondo del vostro cuore, ed esploriamolo. Evvi ancora quella impaziente foga di dolore che fa balzare il corpo come balza il leone ferito da un colpo di moschetto? vi è sempre quella sete divorante che non si estingue che nella tomba? vi è ancora quella idealità di dispiacere che lancia il vivo fuori della vita, in traccia della morte? ovvero vi è soltanto la prostrazione del coraggio spossato, la noia che soffoca i raggi di speranza che vorrebbero rilucere? vi è la perdita della memoria che produce l’impotenza delle lagrime? Oh! mio caro amico, se la cosa è così, se non avete più altre forze che in Dio, altri sguardi che nel cielo, Massimiliano, voi siete consolato, non vi lamentate più.

— Conte, disse Morrel con tuono di voce dolce e fermo; ascoltatemi, come si ascolta un uomo che parla col dito steso verso la terra, gli occhi verso il cielo; io sono venuto vicino a voi per morire fra le braccia di un amico. Certamente amo ancora qualcuno: amo mia sorella Giulia, amo suo marito Emmanuele; ma ho bisogno che mi si aprano delle braccia forti, e che mi si sorrida nell’ultimo mio momento; mia sorella si struggerebbe in lagrime e svenirebbe; io vedrei soffrire, ed ho sofferto abbastanza: Emmanuele mi strapperebbe l’arme dalle mani e riempirebbe la casa delle sue grida; voi, conte, voi di cui io ho la parola, mi condurrete dolcemente e con tenerezza, n’è vero, fino alle porte della morte?

— Amico, disse il conte, non mi resta ancora che un dubbio; avreste voi così poca forza da mettere dell’orgoglio nell’esagerare il vostro dolore?

— No, osservate; io sono tranquillo, disse Morrel stendendo la mano al conte, e il mio polso non batte nè più forte nè più lentamente dell’ordinario: mi ritrovo al termine della mia strada e non andrò di più avanti. Voi mi avete parlato di aspettare e di sperare; sapete ciò che avete fatto al disgraziato, saggio che siete? io ho aspettato un mese, vale a dire ho sofferto un mese di più. Io ho sperato; (l’uomo è una povera e miserabile creatura!) che cosa ho sperato? non lo so, qualche cosa di sconosciuto, d’assurdo, d’insensato; un prodigio!... E quale? Dio solo può dirlo che ha mischiato alla nostra ragione il sentimento della speranza. Sì, ho aspettato; ho sperato, e da un quarto d’ora che parliamo mi avete cento volte, senza saperlo, torturato e lacerato il cuore, poichè ciascuna delle vostre parole mi ha provato che non vi era più speranza per me. Oh! conte, quanto riposerò dolcemente e voluttuosamente nella morte!

Morrel pronunziò quest’ultime parole con un’esplosione di energia che fece fremere il conte.