— Amico mio, continuò Morrel, vedendo che il conte taceva, voi mi avete designato il 5 ottobre come termine della dilazione che mi avete domandata... amico, oggi è il 5 ottobre... — Morrel cavò l’orologio: — Sono nove ore, ho ancora tre ore da vivere.

— Sia, rispose Monte-Cristo, venite. — Morrel seguì macchinalmente il conte, ed essi erano già nella grotta che Massimiliano non se ne era ancora accorto. Egli trovò i tappeti sotto i suoi piedi, si aprì una porta, dolci profumi lo avvilupparono, una viva luce colpì i suoi occhi. Morrel si fermò esitando ad inoltrarsi; egli non si fidava delle snervate delizie che lo circondavano. Monte-Cristo lo attirò dolcemente: — Non fa mestieri, disse il conte, che noi impieghiamo le tre ore che ci rimangono come quegli antichi Romani che, condannati da Nerone loro imperatore e loro erede, si mettevano a tavola coronati di fiori, ed aspiravano la morte tra i profumi delle vainiglie e delle rose?

Morrel sorrise: — Come vorrete, disse egli; la morte è sempre morte, vale a dire l’oblio, vale a dire il riposo, vale a dire l’assenza della vita, e per conseguenza dei dolori della terra. — Egli si assise, Monte-Cristo si pose in faccia a lui; erano in quella maravigliosa sala da pranzo che abbiam già descritta, e dove statue di marmo portavano sulle loro teste cestellini sempre pieni di fiori e di frutti. Morrel aveva guardato tutto vagamente, ed era possibile che non avesse veduto niente. — Parliamo da uomini, diss’egli guardando fissamente il conte.

— Parlate! rispose questi.

— Conte, riprese Morrel, avete in voi raccolto tutte le conoscenze umane, e mi fate l’effetto di essere disceso da un mondo più inoltrato e più erudito del nostro.

— Nelle vostre parole vi è qualche cosa di vero, Morrel, disse il conte con quel sorriso melanconico che lo faceva così bello: sono disceso da un pianeta che si chiama il dolore.

— Io credo tutto ciò che mi dite, senza cercare di approfondirne il senso, conte! e la prova si è che voi mi avete detto di sperare, ed ho quasi sperato: avrò dunque il coraggio di dirvi come se foste già morto una volta: come è doloroso il morire? — Monte-Cristo guardava Morrel con una indefinibile espressione di tenerezza. — Sì, disse egli! sì, senza dubbio è molto doloroso, se voi troncate brutalmente questo mortale inviluppo che domanda ostinatamente di vivere. Se voi fate stridere la vostra carne sotto i denti impercettibili di un pugnale! se vi trapassate con una palla intelligente, e sempre pronta a scartarsi dalla strada del vostro cervello, che il minimo urto addolora, certamente voi soffrirete, e lascerete odiosamente la vita, trovandola nel mezzo della vostra disperata agonia, migliore che un riposo comprato ad un così caro prezzo.

— Sì, lo capisco, disse Morrel, la morte, come la vita, ha i suoi segreti di dolore e di voluttà: il tutto dipende dal saperli conoscere.

— Precisamente, Massimiliano, e voi avete detta una gran parola. La morte è, a seconda delle cure che noi poniamo nel metterci in bene o in male con lei, o una amica che ci culla dolcemente quanto una nutrice, o una nemica che strappa violentemente l’anima dal corpo. Un giorno, quando il nostro mondo avrà vissuto ancora un migliaio d’anni, quando si sarà reso padrone di tutte le forze distruggitrici della natura per farle servire al ben essere generale dell’umanità, quando l’uomo saprà, come voi desideravate or ora, i segreti della morte, la morte diverrà così dolce e così voluttuosa quanto il sonno gustato fra le braccia di una diletta consorte.

— E se voi voleste morire, sapreste morire in tal modo? — Sì.