Morrel gli stese la mano. — Capisco ora, diss’egli, perchè mi avete dato convegno qui in quest’isola disabitata, nel mezzo dell’Oceano, in questo palazzo sotterraneo, sepolcro da destare invidia ad un Faraone: gli è perchè voi mi amate, non è vero conte? è perchè mi amate abbastanza per darmi una di queste morti di cui parlavate or ora, una morte senza agonia, una morte che mi permetta di estinguermi pronunziando il nome di Valentina e stringendovi la mano?
— Sì, avete colto al segno Morrel, disse il conte con semplicità, ed è così che io la intendo.
— Grazie; l’idea che domani non soffrirò più è soave al mio povero cuore.
— Non vi dispiace di niente? domandò Monte-Cristo.
— No! rispose Morrel.
— Neppur di me? domandò il conte con profonda emozione. — Morrel si fermò; il suo occhio così puro di repente si oscurò, indi brillò di straordinaria luce! una grossa lagrima gli scaturì e scorse scavando un solco d’argento sulla sua guancia. — Che! disse il conte, lasciate ancora qualche cosa con dispiacere sulla terra, e voi morite!
— Oh! ve ne supplico, gridò Morrel con voce indebolita, non mi dite una parola di più conte, non prolungate il mio supplizio. — Il conte credè che Morrel si fosse indebolito.
Questa credenza di un momento risuscitò in lui l’orribile dubbio già atterrato una volta al castello d’If.
— Io mi occupo, pensò egli, di restituire quest’uomo alla felicità, guardo questa restituzione come un peso gettato nella bilancia sul piatto opposto a quello in cui ho gettato tanto male. Ora, se io mi sbagliassi, se quest’uomo non fosse abbastanza infelice per meritare la felicità che gli destino? ahimè che addiverrebbe di me che non posso dimenticare il male se non facendo il bene! — indi rivolgendosi a Morrel:
— Ascoltate, Morrel, disse Monte-Cristo, io non ho alcun parente al mondo, voi lo sapete: mi sono abituato a considerarvi come un mio figlio. Ebbene! per salvare questo mio figlio, io sacrificherei la mia vita, a più forte ragione, le mie ricchezze.